La cacciata dei sindaci socialisti

PAVIA Nei giorni della marcia su Roma cade anche l'ultima roccaforte «rossa» in provincia di Pavia. Alle cinque del pomeriggio del 28 ottobre 1922, il capitano Maso Bisi e un manipolo di fedelissimi fanno irruzione a Palazzo Mezzabarba e sfrattano senza troppi complimenti il sindaco socialista Alcide Malagugini. «Noi non chiediamo le dimissioni dell'amministrazione comunale - scandisce Bisi con tono deciso – veniamo a prenderne atto poichè deteniamo ormai il potere assoluto della provincia». Malagugini, un uomo mite, originario di Rovigo, con la folta barba bianca che gli incornicia il volto, non può che piegarsi all'ultimatum fascista e convoca d'urgenza il consiglio comunale che l'indomani sancisce il proprio autoscioglimento. Mentre il rifiuto di re Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d'assedio consente alle squadre nere di entrare nella capitale, preludio alla nomina di Mussolini a primo ministro, il golpe si perfeziona anche a Pavia. Angelo Nicolato, figura emergente dello squadrismo locale, installa il suo quartier generale alla locanda Tre Re di Cava Manara e da qui dirige le operazioni per la presa del potere. Su Cava convergono tutte le colonne fasciste, tranne una che punta direttamente su Milano dopo aver occupato Vigevano, mentre il grosso si dirige a Pavia. La conquista del Mezzabarba è l'atto finale dell'assalto alle leghe cooperative e ai comuni rossi iniziato nel 1921. Palazzo Gounela, sede della municipalità vogherese, era crollato nell'agosto del '22, subito dopo il fallimento dello sciopero legalitario, estremo tentativo dello schieramento antifascista e del sindacato di opporsi alla montante marea squadrista. Baratta e Varni, i ras locali, avevano costretto il sindaco socialista Luigi Ghezzi a dimettersi. Non diversa la sorte dei colleghi, dal bronese Fronti al casteggiano Viola. Un'escalation di prepotenze e di violenze. In Oltrepo, la prima giunta cacciata con le maniere forti era stata, nell'aprile del '21, quella di Pietra de' Giorgi, sotto la pressione dei manganellatori agli ordini del ras stradellino Gino De Scalzi. Figura singolare, la sua: fascista dissidente fedelissimo del lomellino Cesare Forni, poi comandante partigiano e vicino al Pci nel dopoguerra. (r.lo.)