segreto

il reportageNiccolò ZancanINVIATO A CAMPOBELLO DI MAZARAUna cassaforte nascosta. «Sì, dovete immaginarla come una grande cassaforte di due metri per tre. Una stanza chiusa, buia e senza finestre», dice un investigatore. La grande cassaforte di Matteo Messina Denaro era murata dietro a un armadio. E l'armadio in questione aveva il fondo scorrevole per nascondere la porta d'ingresso. Questa stanza segreta, questa nuova scoperta, è stata fatta ieri all'ora di pranzo in un'altra strada di Campobello di Mazara: via Maggiore Toselli 34. Un pitbull sul tetto del palazzo di fronte osservava la scena. Dire «scoperta» non è la parola giusta. Gli investigatori sono andati a colpo sicuro. Sembrava quasi una giornata tranquilla, sole tiepido e stanchezza, quando le auto del nucleo speciale della Guardia di Finanza sono arrivate in massa all'ingresso del paese. E da lì si sono infilate per le vie strette della zona periferica, dove non ci sono negozi. Solo un fitto reticolato di case basse e anonime. Siamo a 800 metri dall'appartamento in cui Matteo Messina Denaro viveva la sua latitanza da almeno un anno. Siamo a 400 metri dalla casa del suo prestanome. La palazzina è di proprietà di un pensionato che si chiama Errico Risalvato, nato a Castelvetrano il 4 agosto 1951. Un nome sconosciuto alle forze dell'ordine? Tutt'altro. Errico Risalvato era già stato perquisito nel 2019, mentre erano in corso proprio le indagini sul boss latitante. Era considerato un possibile fiancheggiatore. Sposato con la signora Antonietta Gullo di Campobello di Mazzara, era già stato indagato nel 2001 e poi prosciolto dall'accusa di associazione mafiosa. «Mi sembra di ricordare che fosse stato anche in carcere, pover'uomo, ma poi era tornato a casa», dice una compassionevole vicina di casa. Di sicuro al fratello Giovanni Risalvato, un imprenditore edile nel ramo calcestruzzi, era andata peggio: 14 anni di carcere per mafia già scontati. Ora è libero. Tutto questo per dire che la cassaforte di Matteo Messina Denaro era nascosta nella palazzina di una famiglia che da sempre è considerata affine. Anzi: non si può escludere che durante la perquisizione del 2019 gli investigatori siano arrivati a un passo da quel segreto. Ieri, però, quando gli agenti del Gico con i carabinieri della scientifica ci sono arrivati veramente e senza indugi, forse era troppo tardi. Non filtrano molte notizie su quello che sarebbe stato trovato all'interno. Di sicuro gioielli e beni preziosi. Oro e orologi. Ma non ci sarebbe molto altro. Qualcuno ha ripulito la cassaforte segreta? Questo dubbio veniva anche osservando il lavoro degli esperti della scientifica. Per più di quattro ore hanno «congelato» ogni traccia di passaggio umano su quel pianerottolo. Chi ha avuto accesso alla porta segreta? «È una stanza con tracce recenti di passaggio umano», dice un investigatore. Ci sarebbero delle sigarette, delle Merit. E poi roba alla rinfusa, casse si scartoffie. Materiale apparentemente di poco valore investigativo. Qui serve una specificazione. L'intera palazzina è di proprietà della famiglia Risalvato. L'appartamento al piano di sopra è abitato dai genitori anziani, l'appartamento al piano terra dalla figlia Nicoletta Risalavo e dal marito di lei. La cassaforte segreta - non ha senso chiamarlo bunker, non c'è un letto e nemmeno un lavandino - sta nell'androne. I militari del nucleo speciale della guardia di finanza non hanno forzato l'ingresso. Sapevano dove cercare e hanno avuto le chiavi da qualcuno. Forse anche per questa ragione, ieri pomeriggio, il capofamiglia e la figlia sono stati interrogati a lungo. Della figlia Nicoletta Risalvato si sanno due cose. È un'avvocatessa che non ha mai esercitato la professione. Ha fatto la testimone di nozze della figlia del boss più importante di Campobello di Mazara: Franco Luppino, recentemente scarcerato, «uomo d'onore» che si sarebbe rimesso al lavoro per riorganizzare gli affari. Come questo reticolato di strade strette, a Campobello di Mazara c'è un reticolato di relazioni che stanno diventando sempre più importanti nell'indagine sugli incredibili trent'anni di latitanza di Matteo Messina Denaro. Qualcuno ha ripulito la cassaforte segreta? Quanti sono i suoi fiancheggiatori? Quante persone lo hanno aiutato concretamente e quante, invece, sapevano e facevano finta di niente?Ogni giorno la mappa si fa più dettagliata. La geografia delle complicità si estende. L'unico arrestato per ora è il commerciante di olive Giovanni Luppino - nessuna parentela con quell'altro Luppino - detto anche «il signor nessuno». Per fare l'autista del boss serviva una persona incensurata e lontana da ogni attenzione investigativa. Lui andava a prendere Matteo Messina Denaro e lo portava in clinica a Palermo per le cure oncologiche. C'è l'ex medico di base Alfonso Tumbarello, anche lui indagato. Si prendeva cura del boss sotto falso nome, forse sapendo che quel nome era una copertura. Ci sono i coniugi Giovanni e Rita Oddo che hanno venduto la casa dove il latitante abitava da almeno un anno. E certo: l'hanno venduta non a lui, ma al prestanome del boss. Ed è quest'ultima la figura più importante emersa finora: Andrea Bonafede, 59 anni, geometra, già impiegato all'Acquasplash, un parco acquatico di Tre Fontane. La sua figura è centrale perché era sua la carta d'identica usata dal boss come copertura. Prestanome e factotum, Bonafede sta parlando con gli investigatori. In quanto nipote di un mafioso della zona, ha ammesso di aver conosciuto Matteo Messina Denaro. Non dice di essersi sbagliato. Sapeva chi stava usando il suo documento. Stava fornendo la copertura. Ha ammesso anche di aver comprato la casa al boss latitante con i soldi del boss latitante in persona, salvo poi intestarsela. È un pozzo di informazioni preziose. Ieri sera, al termine di una giornata convulsa, che sembrava una specie di caccia al tesoro, gli investigatori sono entrati con Andrea Bonafede a casa sua: via Marsala 5. Anche lì: ore di ricerche. Altre domande. Quintali di carta accatastate in ingresso. Le sagome si muovevano nelle finestre, ombre su ombre. «Come sta il signor Bonafede?», hanno domandato. «Tutto a posto» ha risposto un parente. Niente è veramente a posto a Campobello di Mazara. Per almeno un anno il latitante più ricercato del mondo ha vissuto in questa piccola città come un re. A otto chilometri dal suo paese d'origine, si sentiva al sicuro. --© RIPRODUZIONE RISERVATA