Tra distinguo e dubbi regna l'incertezza

Alessandro Di MatteoGli appelli a fermare lo scontro per ora restano sospesi nell'aria, il secondo giorno di crisi non porta schiarite sul governo e, anzi, semmai aumenta il caos nella maggioranza. Il segretario dem Enrico Letta ci prova con un estremo invito al presidente M5s Giuseppe Conte ad essere «della partita» la prossima settimana, quando il premier riferirà alle Camere sulla situazione. Il leader del Pd propone un patto di nove mesi, per «completare le riforme». Un appello al quale Conte a fine giornata replica assicurando che i Cinque stelle non volevano togliere la fiducia a Draghi ma solo ribadire il loro dissenso sul decreto Aiuti. Ora, aggiunge rimettendo la palla nelle mani del premier, «senza risposte chiare, il M5s non resterà al governo», ci vuole un «cronoprogramma» e non solo qualche frase «generica». Di fatto al vertice Pd si scommette soprattutto sulla pressione dei "governisti" Cinque stelle - stimati in una trentina alla Camera e una manciata al Senato - che in caso di rottura potrebbero lasciare Conte per unirsi a Luigi Di Maio. Voci che si sono fatte sentire con forza nell'assemblea dei parlamentari Cinque stelle di ieri sera. Da questo punto di vista, il ministro degli Esteri ha avviato un'operazione anche mediatica per far passare un messaggio: M5s non esiste più, c'è il «partito di Conte» che fa cadere il governo «per i sondaggi». Ma, avverte, è «da irresponsabili». Un segnale di distensione lo manda Matteo Salvini: la Lega conferma la propria responsabilità, nonostante le continue provocazioni e i ritardi imputabili ai Cinque Stelle. È però Forza Italia, con Antonio Tajani, a mettere un macigno sulla strada di una ipotetica ricomposizione con il M5s. «Non possiamo continuare a governare con i Cinque stelle, la nostra presenza è alternativa alla loro». Una linea che non è piaciuta per niente ai ministri forzisti. Ma anche a sinistra non mancano i distinguo. Loredana De Petris, capogruppo Leu al Senato, dice che le dimissioni di Draghi sono «immotivate» e che il premier dovrebbe ritirarle perché il M5s «non ha votato la sfiducia». E il ministro Andrea Orlando chiosa: «Un governo senza M5s? Mi sembra poco praticabile». Draghi per ora tace e osserva. --© RIPRODUZIONE RISERVATA