Senza Titolo
il retroscenaAlessandro Barbera / ROMANegli anni Trenta del Novecento Benedetto Croce diceva che non c'è nulla di più «sciocco e noioso» che parlar male della pubblica amministrazione italiana, e concludere che per questo il mondo va alla rovina. Per raccontare la relazione semestrale del governo sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) occorre dunque appellarsi al dovere di cronaca. Partiamo da pagina 85, tabella 5.1: «Spese sostenute per vie di intervento». A ormai due anni dall'avvio del più importante piano di lavori pubblici del Dopoguerra abbiamo speso 25,7 miliardi dei 191 a disposizione. È il 13,4 per cento dei fondi. Fin qui, la Corte dei Conti aveva già fornito numeri pressoché identici. Ciò che fa impressione è come abbiamo speso quei 25,7 miliardi. Ebbene, più della metà - il 59 per cento - sono serviti a finanziare due misure che con gli obiettivi del Pnrr c'entrano molto poco, perché automatiche: gli ecobonus edilizi, che hanno assorbito 8,7 miliardi, e il credito d'imposta per gli investimenti in innovazione dell'industria (meglio noti come Industria 4.0), altri 5,4 miliardi. Al 31 dicembre dell'anno scorso per lavori pubblici in senso stretto l'Italia ha speso poco più di sette miliardi, quattro dei quali grazie agli investimenti nella rete ferroviaria. Comuni e Regioni fin qui hanno speso 2,7 miliardi. Le voci suddette trascinano la classifica dei ministeri virtuosi: grazie all'ecobonus il ministero dell'Ambiente è in testa (25 per cento delle risorse spese), seguono le Infrastrutture (12) e quello delle Imprese (10). In ossequio a Croce occorre però aggiungere un tocco di ottimismo. Dei 191 miliardi del piano di qui al 2026, le opere pubbliche valgono 91 miliardi. La relazione semestrale spiega che fra questi ci sono «progetti in essere» per 48. Il concetto di «progetti in essere» in sé non è garanzia di successo, ma tant'é. Gli stessi estensori della relazione sottolineano la sostanza del problema: la macchina burocratica ha tre anni a disposizione per spendere 83 miliardi: «uno sforzo notevole». Evviva la sincerità.Sincerità per sincerità, il passaggio più apprezzabile della relazione è però un altro, ed è quello dedicato a «Regis», la piattaforma che dovrebbe registrare in tempo reale e con trasparenza lo stato di avanzamento del piano. Pagina 93, paragrafo 5.4: «Ad oggi sono ancora in corso attività finalizzate a migliorare la qualità e la completezza del sistema, con particolare riferimento ai progetti in essere per i quali non è stata ancora assicurata la piena interoperabilità con i precedenti sistemi di monitoraggio. Tale circostanza ha generato un diffuso rallentamento nei processi di caricamento dei dati da parte dei soggetti attuatori». Fuor di metafora: la piattaforma non funziona e dunque non sappiamo quanto abbiamo speso fin qui. E' probabile dunque che le cose vadano meglio di quel che la relazione è in grado di raccontare. Attribuire tutte le responsabilità di questa sfilza di numeri al governo Meloni sarebbe un esercizio di propaganda. Nel pieno della pandemia e della peggiore crisi del secolo Giuseppe Conte portò a Roma tutti i soldi che poté, Mario Draghi usò la sua credibilità per trattare con i vertici dell'Unione un pacchetto di riforme politicamente sostenibile. Bisogna poi dare atto al ministro competente (quello degli Affari comunitari Raffaele Fitto) di aver detto fin da subito che un Paese capace di spendere solo il 35 per cento dei fondi europei ordinari, difficilmente avrebbe potuto fare di meglio con quelli straordinari del Pnrr. Ma dopo aver dedicati sette mesi alla riforma delle regole di gestione del piano, la relazione dice poco su quel che il governo farà: «Alcuni interventi di carattere strategico nazionale potranno essere salvaguardati ponendoli a carico della programmazione 2021-2027 in relazione agli obiettivi temporali di spesa». L'obiettivo comune «è di assicurare la piena realizzazione del Piano e il raggiungimento di tutti gli obiettivi qualitativi e quantitativi». Su tutto questo la trasparenza è a zero. Ieri il commissario all'Economia Paolo Gentiloni ha rivelato pubblicamente di aver ricevuto dal governo «dieci giorni fa» la proposta per riallocare i fondi di «Repower Eu», una specie di addendum del Pnrr con cui Fitto spera di riuscire a spendere più velocemente parte dei fondi destinati alla transizione ecologica. In Parlamento non è arrivato nulla, spingendo il Partito democratico a un'interrogazione urgente. --© RIPRODUZIONE RISERVATA