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il retroscenaFederico CapursoIlario Lombardo / ROMAPrima ancora di sedersi al tavolo, Giorgia Meloni lancia un avvertimento alle opposizioni chiamate a un confronto, oggi alla Camera, sulle riforme costituzionali. «Vorrei una riforma il più possibile condivisa - dice la premier dalla tappa elettorale di Ancona -, ma il mandato per farla l'ho ricevuto dal popolo e io tengo fede agli impegni». Il messaggio, diretto al Movimento, al Pd e a quel che fu il Terzo Polo, la premier lo ripete una seconda volta, per essere certa che arrivi ai destinatari: «Non accetto atteggiamenti aventiniani o dilatori».Un disegno di legge è già pronto. Prevede l'elezione diretta del presidente del Consiglio e il mantenimento dei poteri attuali del presidente della Repubblica. Naturalmente è stata prevista anche una clausola di salvaguardia: la riforma entrerebbe in vigore dal 2029, per non intaccare le prerogative del Capo dello Stato. «Gli italiani devono poter eleggere direttamente chi li governa», dice anche Matteo Salvini. Insomma, si parla di quel premierato che le opposizioni hanno già bocciato nel primo round di confronti con il governo, proponendo invece le loro alternative: dal cancellierato dei Dem al sindaco d'Italia d'ispirazione renziana. La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati aveva fatto notare al Pd che il loro cancellierato intaccherebbe le prerogative del Quirinale più di un premierato, e aveva chiesto ai Cinque stelle come possono, loro che si dicono un movimento di popolo, essere contrari all'elezione diretta del premier. Lo aveva fatto notare, senza però riuscire a convincerli.Sotto il palco di Ancona, il reggente di Forza Italia, Antonio Tajani, pone però una questione destinata a durare più a lungo dell'incontro di oggi: «Le riforme le vogliamo fare con tutti, ma se poi le opposizioni si dividono, come facciamo?». Ecco, l'idea inizia a solleticare qualcuno al governo: sfruttare le difficoltà delle opposizioni nel fare fronte comune e da lì provare intavolare, magari, un dialogo con Azione e Italia viva. Non è un caso che la notizia dell'assenza di Renzi dalla delegazione di Iv che oggi siederà al tavolo con Meloni sia stata accolta malissimo nelle file di Fratelli d'Italia: «Uno sgarbo», fanno sapere. Ed è altrettanto significativo che la segretaria del Pd, Elly Schlein, abbia già telefonato a tutti gli altri leader di minoranza per tentare un coordinamento.Meloni ha un'idea precisa sul metodo che intende usare per lavorare alla sua riforma istituzionale. «Un obiettivo di legislatura», l'ha definita ancora pochi giorni fa, fissata con una tempistica non stringente, proprio per evitare di inciampare nella fretta che, tra le altre cose, fu fatale a Matteo Renzi, azzoppato e costretto a lasciare Palazzo Chigi dopo il fallito referendum del 2016. Per la premier tutto dipenderà dall'atteggiamento che assumeranno le opposizioni. Il traguardo, ribadirà oggi Meloni ai partiti, «deve essere la stabilità dei governi». Niente bicamerale, però, e nessuna commissione Costituente. Meloni, in accordo con Casellati, vuole evitare quelle formule che già in passato si sono spesso trasformate in una palude che inghiottiva ogni tentativo di riforma. Si andrà in Aula e poi, se necessario, si affronterà il referendum. Il voto chiamato a confermare una riforma costituzionale porta con sé gli spettri di quelle prove in grado di disarcionare anche i premier che godano del consenso più forte. «Il referendum? È il bello della democrazia - dice Salvini ostentando una certa sicurezza -. Se qualcuno continuerà a dire "no" a ogni proposta, allora saranno gli italiani a metterci il timbro». Ma è evidente che arrivare a un referendum con le opposizioni unite e l'opinione pubblica spaccata, per il governo rischia di trasformarsi in una corsa a tutta velocità con i freni rotti. Può andare bene come andare malissimo. Per questo, il premierato sarà il punto di partenza, ma non necessariamente quello d'arrivo. Se la parola d'ordine è «stabilità», allora si devono lasciare aperte almeno le porte che conducono a un rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio, con la revoca dei ministri e l'introduzione della sfiducia costruttiva. Come rivela una fonte molto vicina a Meloni, è la strada che comporterebbe meno complicazioni, e sarebbe più digeribile dalle opposizioni e dai cittadini. È anche vero, però, che assomiglia tantissimo alla controproposta del Pd, e che non dispiace nemmeno ai Cinque stelle: rimodellare i poteri del premier sul modello del cancellierato tedesco. Intorno alle altre opzioni il terreno è già minato. Potrebbe quindi essere davvero questo il compromesso finale? Lasciare l'attuale forma di governo parlamentare e consegnare, semplicemente, al presidente del Consiglio più poteri. A destra è un'ipotesi che non vogliono scartare. La stessa Casellati, durante le consultazioni con i partiti avvenute nei primi mesi dell'anno, aveva promesso che «il governo farà tutti gli sforzi per arrivare a una soluzione condivisa». Così da evitare un altro referendum suicida come fu quello del governo Renzi e invece trovare, magari, qualcuno all'opposizione che sia disposto a parlarne e a trasformarla in una riforma «condivisa». Se non da tutti, almeno da qualcuno.--© RIPRODUZIONE RISERVATA