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Roma «Basta mandare armi!», gridava un contestatore a Enrico Letta in mezzo al corteo pacifista diretto a piazza San Giovanni. È questo il nervo scoperto, il solco che ha separato la manifestazione di Roma da quella del Terzo polo a Milano, ma anche il Partito democratico da un pezzo del suo elettorato. La piazza romana non è troppo ben disposta nei confronti degli esponenti dem, ma esserci è necessario, per non lasciare campo libero a Giuseppe Conte, come unico rappresentante del "vero" pacifismo, e per smentire la narrazione di Calenda e Renzi, secondo cui l'unico sostegno possibile all'Ucraina è quello che manifestano loro. Invece, «si può tenere insieme il sostegno militare con la richiesta di uno sforzo diplomatico supplementare», spiega il vice segretario Peppe Provenzano. Mentre Letta rivendica «la nostra coerenza: abbiamo sempre detto che lavoreremo in continuità con quello chi si è fatto e con le alleanze europee e internazionali di cui facciamo parte». Poi, però, interpellato sul prossimo decreto per l'invio delle armi, già preannunciato dal ministro delle Difesa, Guido Crosetto, dice solo che «quando il governo avanzerà una proposta la vaglieremo». Una prudenza dettata non solo dal contesto della dichiarazione, ma anche da alcuni segnali interni al Pd. «Sono convinto che una così straordinaria partecipazione dal basso debba essere ascoltata e valorizzata», dice sibillino, ad esempio, Andrea Orlando. E Gianni Cuperlo va oltre, invitando il suo partito a riflettere sull'ulteriore invio di armi, perché «in questi mesi ne abbiamo mandate molte e dobbiamo capire bene l'uso che se ne vuole fare: se servono per aiutare gli ucraini a sedersi più forti al tavolo del negoziato è un conto, ma se si pensa di puntare a una sconfitta militare della Russia è uno scenario ben diverso e pericoloso». Parole non molto lontane da quelle pronunciate, un chilometro più indietro nello stesso corteo, da Conte. Preoccupato per «l'escalation militare e il rischio di conflitto nucleare» e desideroso di un passaggio parlamentare prima della prossima fornitura militare a Kiev. «Il governo deve metterci la faccia - attacca il presidente M5s - spiegare perché vuole perseguire una strategia che non ha vie d'uscita. Crosetto non si azzardi a fare un ulteriore invio di armi senza venire a confrontarsi in Parlamento». Il ministro della Difesa replica a stretto giro, accusando il presidente M5s di voler «lucrare sul pacifismo, dimenticando che le armi di cui critica l'invio sono state autorizzate dal suo partito e dal governo che sosteneva». Poi lo rassicura sul fatto che «non mi azzardo a fare nulla, saranno utilizzate le stesse procedure che lui ha accettato e avvallato nei mesi scorsi». In effetti, l'unico decreto finora approvato dal Parlamento, lo scorso marzo, per autorizzare il governo Draghi a inviare forniture militari agli ucraini, è stato votato anche dai 5 stelle. Che poi, con il passare dei mesi, hanno cambiato linea, iniziando a criticare la scelta di proseguire con il sostegno bellico a Kiev. A parole, perché non c'è più stato un voto, alla Camera o al Senato, in cui ufficializzare la propria contrarietà. La norma, in vigore fino al 31 dicembre, impegna il governo a informare il Parlamento prima di procedere (con semplice decreto interministeriale) a un nuovo invio di armamenti. Ma, nonostante le proteste di Conte, è sufficiente un'audizione del ministro della Difesa davanti al Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica. In otto mesi è successo cinque volte, con il ministro Lorenzo Guerini, sempre secretando i dettagli della spedizione. L'ultima comunicazione risale a un mese fa e, a quanto pare, la consegna del materiale previsto non è ancora stata ultimata. Ma già si prepara la sesta puntata. Da Kiev, infatti, il presidente Zelensky ha formulato una richiesta esplicita all'Italia: hanno bisogno di sistemi di difesa antiaerea più evoluti, come quelli SAMP/T che produciamo noi insieme alla Francia. Ma ne esistono pochi, costosissimi esemplari: 6 in Italia, 10 in Francia, fondamentali per la difesa nazionale. Proprio per questo è difficile che l'Esercito se ne privi. Al di là del tipo di armi, è solo questione di tempo. Prima deve ricostituirsi il Copasir ed eleggere il suo presidente: salvo sorprese, proprio un esponente del Pd, lo stesso Guerini o Enrico Borghi. Il quale sfida Conte, guardando al 2023, quando, per continuare a mandare armi in Ucraina, servirà una nuova legge e un nuovo via libera del Parlamento: «Lì vedremo se il Movimento 5 stelle passerà dalle parole ai fatti, se davvero un ex premier come Conte voterà contro la linea concordata dall'Italia con gli alleati dell'Unione europea e della Nato». --© RIPRODUZIONE RISERVATA