Una pietra d'inciampo per Crescimbini sopravvissuto al lager
Roberto LodigianiLa Sicherheits e i "mongoli" della divisione Turkestan sorpresero lui e altri 14 partigiani nascosti in un boschetto a Barostro di Cencerate, sopra il Brallo, dove si erano rifugiati dalla Val Versa dopo l'inizio dell'operazione Heygendorff, il grande rastrellamento invernale. Era il 4 dicembre 1944, cominciava così l'odissea di Pietro Crescimbini, classe 1917, agricoltore di Montù Beccaria, nei lager nazisti. Giovedì prossimo, 77esimo anniversario della liberazione di Mauthausen, il grande campo di concentramento austriaco dove vennero deportati oltre 6mila italiani, molti dei quali non sopravvissero, il paese natale gli renderà omaggio con la posa, in piazza Umberto I, di una pietra d'inciampo (è un piccolo blocco di granito, sormontato da una lastra in ottone su cui sono incisi il nominativo del deportato, e le date di nascita e di morte, inserito nell'asfalto, da un'idea dello scultore tedesco Gunter Demnig, partita nel 1992 a Colonia in Germania e che ha portato alla posa di oltre 70mila pietre in vari paesi europei).La cattura e la deportazioneDi idee socialiste, militare sbandato dopo l'armistizio dell'8 settembre, Crescimbini (soprannominato "Barba Pinu") riuscì a tornare a casa e alla fine di quell'anno contribuì alla creazione del primo nucleo della banda Fusco (dal nome di battaglia del suo comandante Cesare Pozzi), che sarebbe diventata una brigata Matteotti e poi la divisione Barni. Prese parte (col nome di battaglia "Sangue") a numerose azioni di guerriglia e alle battaglie di San Damiano al Colle (16 luglio 1944) e di Montalto Pavese (25 luglio). Poi la fuga sotto l'incalzare dei mongoli (soldati di stirpe calmucca dell'Armata rossa sovietica fatti prigionieri dai tedeschi e riarruolati nella Wehrmacht in funzione antipartigiana). «Mio padre e i suoi compagni - racconta Carlo Crescimbini, vicepresidente provinciale dell'Aned, l'associazione degli ex deportati nei lager - vennero presi e spinti contro un muro, di fronte avevano una mitragliatrice spianata contro di loro». Inscenata la finta fucilazione, i tedeschi e i collaborazionisti neri trasferirono Pietro e gli altri prigionieri a Varzi. Quindi Piacenza, Parma (dal 29 dicembre del '44 al 20 gennaio 1945), Bolzano. Sino all'inferno di Mauthausen, dove il giovane partigiano di Montù giunse il 4 febbraio 1945, «con l'ultimo treno piombato diretto lì dall'Italia», spiega il professor Pierangelo Lombardi, storico, che interverrà alla cerimonia di giovedì.Il 17 febbraio, Pietro è trasferito nel sottocampo di Gusen II dove lavora nelle cave sotterranee e nelle gallerie utilizzate per la produzione bellica. Nella sua stessa baracca c'è anche Simon Wiesenthal, ebreo viennese, che nel dopoguerra diventerà famosissimo come cacciatore di criminali nazisti. Tra i due nasce una profonda amicizia, si rivedranno più volte in Italia, a Milano negli anni del sindaco socialista Aldo Aniasi, a Brescia e a Montù, raggiunta da Wiesenthal in incognito per evitare troppo clamore. A Mauthausen conosce Vincenzo Pappalettera (l'autore di "Tu passerai per il camino), vede morire l'amico e compaesano Piero Civardi. Crescimbini sopravvive fino all'arrivo degli americani. Torna nel suo Oltrepo il 8 giugno 1945. «Alla stazione di Castel San Giovanni - ricorda ancora il figlio - lo aspettavano la fidanzata, che sarebbe poi diventata sua moglie e una cugina, ma papà era così magro, pelle e ossa, che inizialmente non lo riconobbero». --© RIPRODUZIONE RISERVATA