Gianni Brera, grandezza di un mito

Ha inventato termini ancora in uso nel linguaggio sportivo. E soprannomi per decine di calciatori (a volte apprezzati, a volte no). E' stato, dal dopoguerra alla morte, il più grande (e imitato) giornalista sportivo italiano. Gianni Brera nasce nel 1919 a San Zenone Po e il grande fiume, i suoi boschi, i sabbioni e le rive, ricorreranno spesso nei suoi articoli e nei libri. A 13 anni il padre (che in paese fa il sarto e il barbiere) lo manda a scuola a Milano. Gioca a calcio in squadre giovanili, vorrebbe andare al Milan ma non c'è traccia di un passato in rossonero. La carriera, dunque, finisce presto e Brera torna a Pavia dove si laurea in Scienze politiche nel 1943. Comincia a scrivere, soprattutto sul Guerin Sportivo. Lo chiamano in guerra (nei parà della Folgore) ma l'8 settembre si unisce ai partigiani della Val d'Ossola, portando in montagna lo Sten (mitra a canna corta) e la macchina per scrivere, Olivetti Lettera 22. A 30 anni è direttore della Gazzetta dello sport, segue le imprese di Magni, Bartali e Coppi. Nel 1954 mette in prima pagina il record mondiale del 5000 del sovietico Kuc e per questo è accusato di filo comunismo. Si dimette. Va al Giorno, poi ancora alla Gazzetta, al Giornale, e infine a Repubblica.E' fissato con due cose: il libero (il difensore senza impegni di marcatura, alle spalle dei terzini) e il catenaccio perchè, a suo dire, gli italiani non sono fisicamente all'altezza di altri popoli, in grado di impostare il gioco offensivo per 90'. Trova una sponda in Nereo Rocco, allenatore del Milan, che del catenaccio fa una ragione di vita. I due sono d'accordo su tutto, tranne che su Gianni Rivera. Brera lo chiama Abatino, accusandolo di "poco coraggio". Ma conia anche Accaccone per Helenio Herrera, Penna Bianca per Roberto Bettega (il centravanti juventino già brizzolato in giovane età). Poi Rombo di tuono per Gigi Riva, Bonimba per Roberto Boninsegna, Piscinin per Franco Baresi (più giovane del fratello Beppe), Deltaplano per il portiere Zenga dell'Inter, Giacinto Magno per Facchetti e Basletta per Giovanni Lodetti. Non sopporta Antognoni (Fiorentina) e Beccalossi (Inter), troppo tecnici e poco gladiatori. Va d'accordo con Enzo Bearzot ma sbaglia clamorosamente il pronostico sui Mondiali 1982. «Se vince l'Italia vado a piedi fino al santuario di Maria», dice. Detto e fatto. Tornato da Madrid, scalzo e in abito da penitente, sale la strada del santuario mariano. In redazione odia la solitudine. Attorno a lui, amici e colleghi, anche dopo il lavoro, in trattoria, a tirare l'alba fra partite a briscola e bicchieri di rosso. Imperdibili i suoi libri: Il corpo della ragassa, La ballata del pugile suonato. Sullo sfondo il Po, la dura vita lungo il fiume. Nel centenario della sua nascita, Gianni Mura scrive che Brera era tifoso dell'Inter (per la quale coniò il termine "Beneamata") ma per evitare polemiche ha sempre dichiarato le sue simpatie per il Genoa. Nel dicembre 1992, in una pessima sera di nebbia, a due passi da San Zenone, è con due amici quando l'auto ha uno scontro frontale. Muoiono tutti e tre. --