Omicron e il rebus Colle ecco perché il premier ha accelerato i tempi
il retroscenaIlario LombardoPaolo Russo Mario Draghi ha deciso da solo di prorogare lo stato di emergenza. Come, d'altronde, da solo si stava orientando a non confermare il regime di eccezionalità che dura dal gennaio 2020. È stata la variante Omicron a fargli cambiare idea. La curva epidemiologica nel Regno Unito fa paura. Il virus sta dilagando e travolge ogni certezza. Una volta presa la decisione, Draghi l'ha comunicata ai ministri. Eppure, fino all'altro ieri il premier si era detto deciso ad aspettare il totale dispiegamento degli effetti della stretta del 6 dicembre, giorno in cui è entrato in vigore il Super Green Pass che permette ai soli vaccinati o guariti dal Covid l'accesso ai locali. Una quindicina di giorni e intorno al 20-21 dicembre il governo avrebbe dato una risposta sullo stato di emergenza che scade il 31 dicembre, sulla base dell'andamento dei contagi e delle vaccinazioni. Ma lo scenario sta cambiando completamente e impone risposte immediate. L'accelerazione di Draghi è figlia di un ragionamento che contiene diverse variabili. La prima è sanitaria: l'ondata che si appresta a travolgere l'Europa è imponente. La proroga permette al governo di continuare a ricorrere ai provvedimenti d'urgenza, alle Regioni di firmare ordinanze, al commissario straordinario di operare con i super poteri contro il Covid e sulle inoculazioni, e al Comitato tecnico scientifico di mantenere competenze e funzioni in coordinamento con la presidenza del Consiglio. A ridosso delle vacanze di Natale, confermare lo stato di emergenza ha anche l'indubbio effetto psicologico di non trasmettere una sensazione di scampato pericolo nella speranza di scoraggiare assembramenti e di suggerire maggiori prudenze durante i ritrovi festivi. La seconda variabile, che a Palazzo Chigi confessano però sottovoce, è più politica. Sentir dire che Draghi avrebbe spinto per il superamento dello stato di emergenza assecondando le proprie ambizioni quirinalizie e legandole a un illusorio ritorno alla normalità, non è stato gradito nell'entourage del premier. Certamente però c'è chi, soprattutto nel Pd, in Forza Italia e tra i parlamentari del M5S, spera che questa decisione adesso convinca Draghi a restare a Palazzo Chigi fino al 2023. Una proiezione dalla quale prende le distanze Giuseppe Conte al termine dell'incontro con Draghi, definendo, in un colloquio con Lapresse, «improprio e pericoloso» collegare «la scelta del prossimo presidente della Repubblica allo stato di emergenza». A spingere Draghi verso la proroga dello stato di emergenza è stata però soprattutto la situazione epidemiologica, mutata in peggio con l'affacciarsi della variante Omicron. Le notizie che arrivano da Londra sono tutt'altro che rassicuranti. «Oltre il 40% dei nuovi contagi di Covid registrati nella capitale è causato da Omicron», annuncia il ministro della Sanità britannico, Sajid Javid, preoccupato dall'incremento esponenziale dei casi, che Oltremanica tendono ad aumentare ogni due o tre giorni al massimo. E con questi ritmi la variante è destinata a subentrare alla Delta già a Natale. Gli esperti del Cts e del ministero della Salute hanno spiegato al premier che è inutile illudersi: quel che accade nel Regno Unito è destinato a replicarsi anche da noi, come la storia delle precedenti mutazioni hanno insegnato. Ed è inutile farsi troppe illusioni sulla sua minore patogenicità: in Usa i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno già spiegato al presidente Usa Joe Biden come non sia affatto detto che l'aumento esponenziale dei contagi sia compensato alla fine da una minore incidenza dei casi che richiedono il ricovero in ospedale o, peggio ancora, dei decessi. Che è poi quanto prevede la London School of hygiene and tropical medicine, che da qui a un mese disegna un quadro catastrofico, con un numero compreso tra le 25 mila e le 70mila vittime se Boris Johnson non imporrà nuove restrizioni. La parola d'ordine di Draghi e del ministro della Salute Roberto Speranza è correre con la terza dose. Un nuovo studio dell'Università di Oxford conferma infatti i timori dei giorni scorsi sulla tenuta delle difese anticorpali con due sole dosi, che in presenza della nuova versione del virus produrrebbero meno anticorpi, facendo calare la protezione rispetto al contagio, ma anche nei confronti della malattia sintomatica. --© RIPRODUZIONE RISERVATA