Fascisti scarcerati i casi più clamorosi tra scioperi e proteste
Roberto LodigianiL'amnistia Togliatti dell'estate 1946 fu una sorta di boomerang che sortì un effetto esattamente opposto di quello auspicato. Nelle intenzioni del ministro Guardasigilli, a capo - non dimentichiamolo - del più grande partito comunista d'Occidente, doveva favorire la pacificazione in un Paese uscito dilaniato da cinque durissimi anni di guerra. Invece, finì con l'esasperare gran parte dell'opinione pubblica e gli ex partigiani, protagonisti della Liberazione, a causa della scarcerazione in massa dei fascisti incriminati per crimini commessi nei venti mesi di Salò e collaborazionismo con i nazisti, o del loro reintegro nell'apparato statale e in posti di potere, grazie a un'estensione largheggiante e benevola nei loro confronti dell'autorità giudiziaria, che era rimasta sostanzialmente la stessa del vecchio regime mussoliniano.I rastrellatori in libertàA Pavia e provincia, il ritorno in libertà dei rastrellatori e degli aguzzini della Rsi suscitò vibranti proteste, con in prima fila i familiari delle vittime di violenze e fucilazioni sommarie, e persino scioperi (come quello generale scattato a Vigevano dopo la riassunzione dei dipendenti comunali che erano stati allontanati perchè considerati collusi con la dittatura fascista). Alcuni casi furono particolarmente clamorosi, per la notorietà dei personaggi coinvolti e la pesantezza delle accuse cancellate col colpo di spugna. Laura Bordoni, giovane ricercatrice storica, li ha elencati scrupolosamente nella sua recente opera sull'attività delle Corti d'Assise straordinarie, gli organismi speciali creati nell'immediato dopoguerra proprio per giudicare, entro i crismi della legalità, i crimini fascisti.Nell'agosto 1946, poche settimane dopo l'entrata in vigore dell'amnistia, erano già 12 i fascisti scarcerati (31 a Mantova, 20 nell'hinterland milanese, altrettanti a Cremona). A Montù Beccaria, il rilascio di Pietro Vercesi (detenuto a Voghera), già segretario politico e ispettore di zona del fascio, suscitò - secondo quanto rilevato dalle autorità di pubblica sicurezza - «il generale malcontento della popolazione», dalla quale il soggetto «era ritenuto uno dei principali delatori e provocatori degli atti inconsulti commessi ai danni di varie famiglie del luogo da reparti nazifascisti». Gaspare Anelli, ex segretario del Pnf di Redavalle, proprietario di uno stabilimento di laterizi, veniva amnistiato dalla Corte d'Assise di Milano, «tra lo sconcerto» dei suoi concittadini. A Voghera, la lettura della sentenza che applicava l'amnistia a Carlo Carena, «imputato di rastrellamenti, repressione anti-partigiana, delazione, saccheggio», fece esplodere la rabbia del pubblico in aula, con «insulti, imprecazioni, urla». Quando il legale di Carena, l'avvocato Sampietro, uscì dal tribunale, la folla «lo circondò ed egli a stento potè evitare gravi conseguenze». A Pavia, fece clamore l'amnistia concessa a Vitale Giroldi, informatore delle Ss, ex capitano della brigata nera Alfieri, responsabile di numerosi rastrellamenti e dell'eccidio di Verretto, a capo della squadra volante del presidio di Mede intitolata al ras lomellino Cesare Forni: nel settembre del '45, la Cas di Vigevano l'aveva condannato a morte, ma nel luglio del '46 la fece franca. Eclatante anche la vicenda dell'ex questore di Pavia e di Imperia, Ermanno Durante: condannato a 25 anni per una lunga sfilza di imputazioni, ottenne lo sconto di un terzo della pena.--© RIPRODUZIONE RISERVATA