Senza Titolo

il retroscenaIlario Lombardo / romaNon c'è neanche una foto. Un bilaterale lungo oltre un'ora e quaranta, e nemmeno una foto per celebrare l'incontro che ricuce, dopo mesi, un rapporto mai nato, soffocato da antiche antipatie e troppe incomprensioni. Strano, se non fosse che è per una pura e non più rinviabile convergenza di interessi che Giorgia Meloni e Emmanuel Macron si sono finalmente incontrati. Da soli, senza nessuno attorno, due calici di champagne, come si usa tra leader che si conoscono da tempo. Non loro, che solo ora si concedono il tempo di far cadere le barriere politiche costruite negli anni. Poco prima delle 23 di giovedì, il presidente francese e la presidente del Consiglio si chiudono in una stanza dell'hotel Amigo, a due passi dalla Grand Place di Bruxelles. Gli staff restano al piano terra, al bancone del bar, o sui divanetti, a godersi un drink. A pochi metri, seduto al centro di un tavolo c'è Olaf Scholz, il cancelliere tedesco. Sorridente, rilassato, completamente indifferente a cosa stanno dicendo i due colleghi, un piano più su. Eppure è anche di lui che stanno parlando. E lui lo sa. Le distanze tra Berlino e Parigi su economia, industria ed energia favoriscono il riavvicinamento tra Macron e Meloni. I diplomatici italiani e i membri dello staff vagano ingannando il tempo. Piero Benassi assapora le ultime ore da rappresentante permanente presso l'Ue raccontando aneddoti su quella straordinaria epopea che furono i sei giorni e le cinque notti di negoziati per il Recovery, nel luglio 2020, quando vestiva i panni di consigliere diplomatico di Giuseppe Conte. Nessuno si immagina che il faccia a faccia tra Meloni e Macron durerà quasi due ore. Per il manuale d'istruzione della diplomazia non è andato male. E, d'altronde, come potrebbe? I due leader sono costretti a parlarsi. Hanno bisogno l'una dell'altro. E per Meloni è forse il risultato più importante di questi due giorni brussellesi. Macron ha un Paese in fiamme. I francesi le rivoluzioni le fanno sul serio, non sul carretto allegorico del trasformismo italiano che muta la pelle ai populisti appena varcano il palazzo del governo. Più che Meloni e Macron, Italia e Francia hanno tanto da dirsi. Sono i due Paesi europei che hanno il maggiore peso nel Nord Africa. Di questo si parla all'Amigo. Della Tunisia, che è un braciere, e ha bisogno di soldi e stabilità. Di ondate di migranti che potrebbero arrivare a centinaia di migliaia, provocando «una crisi senza precedenti, entro l'estate», ripete la premier, terrorizzata. Se si traccia un bilancio del Consiglio europeo, Meloni non ha ottenuto granché sull'immigrazione. Un impegno a parole, una frase nelle conclusioni finali che promette una «rapida attuazione» delle misure proposte dal piano di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Tutto rinviato a giugno, visto che tra le delegazioni riunite all'Europa Building si fa notare che a fine anno la legislatura sarà di fatto conclusa, e molte promesse resteranno tali. Nei mesi della campagna elettorale per il voto europeo del 2024, ci sarà la risacca della propaganda. Ogni partito tornerà a raccontare come può quello che è stato fatto o non fatto dall'Europa. E Meloni si troverà a dover spiegare quanto è stata in grado di incidere a Bruxelles. Al termine del vertice la premier evita la conferenza stampa. Preferisce il formato del doorstep, tredici minuti di domande e poi via. Ed è qui che fa capire che nei prossimi due mesi il governo farà di tutto per lavorare a rendere «concreti» i risultati «per il prossimo Consiglio, a giugno». Non si fida, è chiaro. Pretende il rafforzamento dei confini marittimi e che venga scongelato il fondo Fmi per la Tunisia. Di concreto, al momento, però, ci sono solo le garanzie di Macron, che al pari di Meloni è interessato a evitare che i flussi da Tunisi sfuggano di mano. «Coopereremo» le promette, e la prima prova sarà la missione congiunta dei ministri dell'Interno. A sua volta, Macron chiede una mano sul nucleare. Sta lottando con i tedeschi - i Verdi che sono al governo di Berlino frenano - per inserire l'atomo tra le energie pulite. Meloni è aperta. Non lo chiamerebbe mai «scambio», ma assomiglia molto a qualcosa del genere: l'Italia aiuta Parigi sul nucleare in Europa, e il presidente francese fa lo stesso sulla Tunisia e sui biocarburanti per le auto, bocciati dall'Ue nonostante le lamentele italiane. Più facile invece, per i due leader, essere d'accordo sugli aiuti alle imprese e sul nuovo Patto di stabilità, su una riforma che piace poco a entrambi i governi, gravati da un debito che vogliono più diluito. La discussione sull'economia per Meloni è delicata. Perché porta direttamente ad affrontare il nodo del Mes. Non con Macron, ma in coda al vertice. Sul Meccanismo europeo di stabilità la premier continua a fare quello che hanno fatto Giuseppe Conte e Mario Draghi prima di lei. Prende tempo. Due mesi fa il Tesoro era quasi pronto al via libera, e invece adesso Meloni subordina la ratifica del nuovo trattato che regola il fondo salva-Stati alle altre riforme economiche, alla governance, all'Unione bancaria. Ieri, tra i giornalisti, circolava un video del 2019. La futura premier era con il suo partito fuori da questo palazzo a manifestare contro il Mes. Le resistenze di Meloni e il suo imbarazzo - l'Italia è l'unico Paese a non aver ancora ratificato il trattato - si spiegano anche con quelle immagini. Su per giù, potrebbe passare un anno prima di licenziare il nuovo Patto di stabilità. Se Meloni strapperà tempo all'Europa, sfruttando un veto implicito sul Mes come elemento di negoziato sugli altri tavoli economici, allora questo temporeggiare, secondo gli uomini della premier, avrebbe un altro vantaggio. La Meloni di oggi, presidente del Consiglio, non dovrà spiegare prima delle Europee perché è stata costretta a capitolare sulla ratifica del Mes. E non dovrà spiegarlo soprattutto alla Meloni di ieri, che a pochi metri da qui, in piazza, la definiva «una resa incondizionata ai tedeschi». --© RIPRODUZIONE RISERVATA