Cosa prevedeva il testo del 2018
Ilario Lombardo / romaC'è un dubbio che sta tormentando Giorgia Meloni in queste ore. Quale decisione portare al Consiglio dei ministri che ha annunciato di voler convocare simbolicamente a Cutro, nella città che ora porta avvolto nel suo nome il ricordo di un'ennesima tragedia dell'immigrazione. Quale scelta fare, come vuole la premier, per mantenere un complicato equilibrio tra pietà e fermezza.Meloni andrà anche con l'obiettivo di riparare le fratture create dalle dichiarazioni del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Le frasi sulla disperazione che non può giustificare i viaggi nei barconi hanno creato uno scandalo nell'opinione pubblica e un imbarazzo tra gli alleati che è andato ben oltre la superficie delle parole. Di fronte alle bare bianche dei bambini, alle croci piantate davanti allo Jonio, di fronte ai volti sfiancati dei pescatori calabresi la premier non ha intenzione di proporre misure ulteriormente restrittive per i salvataggi in mare, come pensano di fare nella Lega e al Viminale. Piuttosto ha chiesto di capire come rimpatriare le salme nei diversi Paesi d'origine a spese dello Stato. Un modo per dare solidarietà alle vittime e per togliersi di dosso le accuse di non essere stata presente, scagliate contro di lei prima di tutto da quei calabresi che hanno raccolto i cadaveri. Prima di pensare a qualsiasi annuncio, però, Meloni deve risolvere la grana Piantedosi. Non è ancora chiaro se il Cdm si terrà giovedì o venerdì di questa settimana, oppure, come teme qualcuno nel governo, slitterà di qualche giorno ancora. Di certo c'è la volontà di Meloni di arrivarci con un chiarimento. Per questo, nelle prossime ore, forse già oggi, dovrebbe incontrare il ministro dell'Interno, mentre dalla Lega smentiscono di aver previsto in agenda un faccia a faccia anche tra la premier e Matteo Salvini, il ministro delle Infrastrutture che ha alle sue dirette dipendenze la Guardia Costiera. Il chiarimento sarà su due livelli, almeno. Il primo: Meloni vuole capire cosa è accaduto, perché le operazioni di soccorso non sono partite, se c'è stato dolo, quali sono stati gli errori di valutazione, quali le responsabilità della Guardia di Finanza e quali della Guardia Costiera. A Palazzo Chigi si parla di carte secretate che serviranno a fare maggiore luce e a scagionare i corpi dello Stato e il governo. Il secondo livello è sulle norme che il Cdm potrebbe licenziare. Al ministero dell'Interno dicono che le misure sono lì, «già pronte», ma che «l'ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Il tono della fonte è distaccato, consapevole della distanza che esiste tra FdI e Lega, tra la premier e i due ministri che furono autori - Salvini da capo del Viminale e Piantedosi da capo gabinetto - dei decreti Sicurezza, smantellati sotto la regia del Quirinale nel passaggio tra il governo Conte I (maggioranza Lega-M5S) e il Conte II (maggioranza M5S-Pd). I leghisti ci vogliono riprovare. Piantedosi c'è tornato sopra meno di una settimana fa, durante l'audizione in Senato, a poche ore dal naufragio, dove ha annunciato nuove misure «su rimpatri, sistema di accoglienza, protezione internazionale e procedimenti per l'ingresso regolare negli Stati». Meloni non può permettersele. Non ora, non nel fuoco di una tragedia, mentre di sponda con Sergio Mattarella sta conducendo una trattativa delicata con l'Europa sui migranti, e di fronte allo choc del mondo cattolico. Non è stato casuale il tweet con cui la premier ieri ha rilanciato l'appello di papa Francesco contro i trafficanti di morte. Da giorni ci sono contatti e interlocuzioni tra Palazzo Chigi e la Segreteria di Stato del Vaticano attraverso il sottosegretario Alfredo Mantovano. Per tutti questi motivi Meloni non vuole un nuovo decreto che contenga i capitoli più controversi dei provvedimenti salviniani. Per esempio, la restrizione della protezione speciale, reintrodotta dall'ex ministra Luciana Lamorgese. Salvini e Piantedosi hanno già provato almeno due volte a resuscitare quelle norme che resero più complicata la politica dell'accoglienza in Italia. Nei giorni tra Natale e Capodanno, alla vigilia del decreto sulle regole per le Ong, si registra un grande movimento tra gli uffici giuridici del Quirinale e quelli di Palazzo Chigi. Nel testo ci sono troppi passaggi, stonati secondo il Colle, che riguardano la limitazione dei diritti dei migranti. Meloni li fa eliminare. Ma l'amore della Lega per quelle misure è fortissimo e ritenta il blitz in Parlamento a fine gennaio, a due settimane dalle elezioni in Lombardia, proponendo una serie di emendamenti al decreto in riconversione. Piantedosi, in quelle ore, è presente alla Camera e fa finta di non saperne nulla. Le proposte verranno tutte respinte, anche grazie al fuoco amico di FdI e Forza Italia. La premier vede ripetersi un atteggiamento, una postura, tra Piantedosi e i leghisti, che settimana dopo settimana sta diventando sempre più un problema politico. Quello con il ministro non sarà un confronto facile. Meloni troverà di fronte a sé un uomo ferito, che si è sentito scaricato dagli alleati. --© RIPRODUZIONE RISERVATA