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Alessandro Barbera /ROMAPer dirla con le parole del ministro della Difesa (Guido Crosetto), il machete è rimasto nella fondina. La lotteria delle prime tre nomine importanti del governo Meloni è terminata con due conferme su tre. E che conferme. Ernesto Maria Ruffici, ai vertici della macchina fiscale dai tempi del primo governo Renzi, resta direttore dell'Agenzia delle Entrate. Alessandra Dal Verme, funzionaria di lungo corso del ministero del Tesoro e cognata del commissario europeo all'Economia Paolo Gentiloni, continuerà a guidare la burocrazia che gestisce il patrimonio immobiliare pubblico. Al termine di lunghe discussioni nella maggioranza, l'unica sostituzione riguarderà Marcello Minenna, fino a ieri direttore delle Dogane e scelto per quella poltrona da Giuseppe Conte in quota Cinque Stelle. Sarà sostituito da Roberto Alesse, già capo dell'Autorità per il diritto allo sciopero e da poche settimane capo di gabinetto del ministro del Mare Nello Musumeci. La conferma di Ruffini era nell'aria ormai da qualche settimana. A favore della riconferma hanno pesato almeno tre fattori. Il primo: i risultati. L'avvocato romano (tributarista ma anche esperto di diritti dei migranti) vanta il miglior gettito da lotta all'evasione di sempre, circa venti miliardi, nel 2017. Stimato al Quirinale e dal ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti, Ruffini chiede alla politica da anni di risolvere il problema dei quasi mille miliardi di tasse mai riscosse dallo Stato, gran parte delle quali inesigibili. Musica per le orecchie di Matteo Salvini e del viceministro alle Finanze, il tributarista Maurizio Leo. Chi è stata in bilico fino all'ultimo è Dal Verme: all'interno di Fratelli d'Italia la pressione per sostituirla è stata forte. L'unica decisione che non ha sorpreso i palazzi è quella di Minenna. Fonti governative raccontano che già qualche settimana fa Giorgetti aveva chiesto un parere all'Avvocatura dello Stato sulla possibilità di anticipare il suo avvicendamento prima della scadenza naturale. Anche lui funzionario pubblico (proviene dalla Consob), Minenna era rincorso dalle polemiche e dalle inchieste giornalistica sui metodi di gestione dell'Agenzia. La prossima scadenza sulle nomine cerchiata nell'agenda della premier è il 24 gennaio, quando scatteranno i novanta giorni previsti dalla legge Bassanini per il cosiddetto «spoils system», grazie alla quale il governo entrante ha il diritto di sostituire gran parte delle figure apicali dello Stato. L'attenzione è su due poltrone, delicatissime per la gestione dei conti pubblici e dunque nei rapporti con la Commissione europea: la direzione generale del Tesoro e la Ragioneria generale dello Stato. Gran parte della maggioranza chiede la sostituzione di Alessandro Rivera con Stefano Scalera o Antonio Turicchi. Giorgetti però sta tenendo il punto, e resta perplesso. L'altra conferma in bilico è quella di Biagio Mazzotta, che per ironia della sorte deve la nomina alla guerra che l'allora maggioranza Cinque Stelle fece a Daniele Franco, poi scelto come ministro da Mario Draghi. I colleghi raccontano dell'imbarazzo di quest'ultimo per il trattamento riservato da alcuni esponenti della maggioranza durante i giorni complicati della Finanziaria. «Ho ricevuto poche telefonate, e quando è capitato è stato per dire cosa fosse possibile fare e cosa no. E' il mio ruolo». Per la politica italiana l'arte dell'impossibile dura spesso lo spazio di queste conversazioni. La terza prova del new power meloniano sarà a primavera, quando scadranno i consigli di amministrazione delle grandi aziende pubbliche quotate in Borsa: Eni, Enel, Leonardo e Poste. Fatta eccezione per la probabile conferma di Claudio Descalzi all'Eni, il vento del cambimento soffierà più forte. --© RIPRODUZIONE RISERVATA