Decreto aiuti bis, sì dopo i veleni E Draghi non cede sui balneari

Alessandro Barbera / ROMAMai era accaduto di vedere i palazzi romani così impegnati a dieci giorni dalle elezioni: un decreto approvato dal Parlamento contro il caro energia («Aiuti bis», ieri), uno varato dal Consiglio dei ministri («Aiuti ter», oggi), un importante pacchetto di norme di attuazione (sempre oggi) del piano nazionale delle riforme, condito dalla minaccia di dimissioni del ministro del Turismo. Mario Draghi aveva preso l'impegno con il Quirinale di continuare a governare fino all'ultimo giorno, e così sta accadendo. Lo impongono l'emergenza energetica e la necessità di far procedere un piano senza il quale la nuova maggioranza - a dicembre - non incasserebbe venti miliardi di euro dall'Europa. La cronaca incrociata dei fatti aiuta a comprendere come i partiti si preparino al 26 settembre. Al netto dei molti assenti per la campagna elettorale, il decreto "Aiuti bis" è passato quasi all'unanimità: 322 favorevoli, appena 13 contrari. Dentro ci sono le misure necessarie ad affrontare la crisi del gas e la cancellazione del contestato emendamento che avrebbe dovuto far saltare il tetto agli stipendi nella pubblica amministrazione. Nel frattempo si è reso necessario un terzo decreto, quello che dovrà garantire gli stessi sconti sull'energia fino al 31 dicembre. Verrà approvato stamattina, con alcune misure rafforzate come il credito d'imposta per le aziende e la vendita calmierata di grossi quantitativi di gas. Il pacchetto politicamente più rilevante però è il terzo, quello su cui Draghi è deciso ad impuntarsi nonostante i mal di pancia dei partiti. In Commissione alla Camera sono stati votati due decreti attuativi in materia di riforma del processo civile e penale. I Cinque Stelle hanno votato contro il primo, e si sono astenuti sul secondo. In compenso su entrambi si sono astenuti i deputati di Fratelli d'Italia, un modo per sottolineare la volontà del partito di Giorgia Meloni di rispettare le scadenze del Recovery Plan. Altri due decreti invece dovranno passare dal Consiglio dei ministri, e riguardano la riforma della Concorrenza. Uno riguarda i servizi pubblici locali, l'altro la «mappatura» di tutto il sistema delle concessioni che l'Europa impone di mettere a gara, a partire da quelle balneari. Per Draghi l'approvazione di questo decreto è imprescindibile, perché rappresenta uno dei più antichi punti di frizione fra Roma e Bruxelles. Da anni l'Italia è sotto procedura di infrazione per violazione della concorrenza, e nel frattempo una sentenza del Consiglio di Stato ha imposto una data tassativa per la soluzione del problema, il 31 dicembre 2023. Ebbene, sia Fratelli d'Italia che la Lega hanno sempre tentato di fermare la riforma. Ma se il partito della Meloni è ancora all'opposizione, per il Carroccio il sì a quel decreto rappresenta un problema con la lobby del settore. E così ieri il ministro (leghista) del Turismo Massimo Garavaglia, durate la riunione del preconsiglio ha chiesto formalmente lo stralcio della riforma. Di più: ha minacciato le dimissioni. «Non sono stato coinvolto. Se si fa una cosa di fatto inutile in un momento come questo me ne vado». In realtà il monitoraggio delle concessioni per le quali l'Europa impone la gara (fra questi anche gli ambulanti) è essenziale per far procedere la riforma e garantire l'incasso della terza rata del Recovery Plan. Lo sa Draghi, e con lui Sergio Mattarella, che è di fatto il garante del rispetto degli impegni europei. A suggello della determinazione dei due, va aggiunto un altro dettaglio: ieri il presidente ha eletto il nuovo giudice costituzionale in sostituzione di Giuliano Amato, arrivato a fine mandato. Si tratta di Marco D'Alberti, professore di diritto amministrativo, ma soprattutto fino a ieri consigliere a Palazzo Chigi per le questioni legate alla Concorrenza: tutte le misure imposte dal governo Draghi sono passate dal suo tavolo. --© RIPRODUZIONE RISERVATA