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il casoNiccolò Carratelli /Roma Non è il momento più propizio per rilanciare il famoso "patto per l'Italia" tra governo, imprese e sindacati. Colui che per primo l'aveva proposto, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, l'ha già dato per morto. Sepolto dal duro scontro che si sta consumando su livelli dei salari e reddito di cittadinanza. Ma per Mario Draghi quella resta l'unica strada: «Sindacati, imprese e governo devono lavorare insieme - avverte il premier da Bruxelles -. Non c'è spazio per avere un ruolo di una parte sola, che ignora le altre due. Quello non andrebbe bene per il Paese». Un monito generico, ma probabilmente indirizzato soprattutto agli imprenditori, visto che Draghi, ragionando sul rischio che «l'inflazione crei una spirale sui salari», sottolinea che «le imprese devono pagare di più». Un invito che segue quelli analoghi formulati nelle ultime ore dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e dal ministro per l'Innovazione tecnologica, Vittorio Colao, davanti all'assemblea di Assolombarda. Oltre che dal mondo sindacale al gran completo. Non è quindi esagerato parlare di un effetto accerchiamento nei confronti dei vertici di Confindustria, per ottenere un aumento dei salari e salvaguardare così il potere d'acquisto dei lavoratori. Un assedio rotto, in parte, dal governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, che invece predica prudenza, suggerendo «interventi di bilancio di natura temporanea e calibrati con attenzione alle finanze pubbliche, che possono contenere i rincari dei beni energetici e sostenere il reddito delle famiglie, riducendo le pressioni per incrementi salariali». Un invito alla calma che suscita l'immediato «apprezzamento» di Bonomi, il quale auspica che «questo quadro spinga governo e partiti a ponderare bene criteri e destinazione delle misure anti crisi». Ai piani alti di Confindustria non avranno invece gradito l'annuncio di Enrico Letta, che punta a «un accordo sul salario minimo entro la fine della legislatura». Il segretario del Pd si dice convinto che «c'è un punto di dignità sotto il quale non si può andare: oggi troppi lavori poveri sono la regola, soprattutto per i giovani». Parole accolte con soddisfazione da Giuseppe Conte, secondo cui «la legge sul salario minimo va approvata subito». Il presidente del Movimento 5 stelle si unisce all'assedio, ricordando che «il 12% dei lavoratori italiani è povero: lavorano tutto il giorno e ricevono paghe da fame, lo sappia bene Confindustria . Date il giusto salario ai lavoratori e troverete persone disposte a lavorare». Posizione quasi sovrapponibile a quella di Maurizio Landini, che prima boccia l'analisi di Visco, perché «i salari nel nostro Paese sono troppo bassi e non possono aumentare una tantum, ma devono crescere in modo strutturale». Poi va all'attacco di Confindustria sul reddito di cittadinanza, altro tema che sta facendo litigare le parti sociali e i partiti della maggioranza. Bonomi ha detto che la misura di sostegno fa «concorrenza agli imprenditori quando cercano di assumere i giovani». Landini replica così: «Il motivo per cui non riescono a trovare lavoro è che li pagano poco e li sfruttano troppo. Bonomi ha la fortuna di non aver bisogno del reddito di cittadinanza, perché se si mettesse nei panni di quelli che, senza quel reddito, non saprebbero dove sbattere la testa, forse ragionerebbe in modo diverso». Una frecciata che non darebbe poi troppo fastidio al presidente di Confindustria, se non fosse accompagnata da quella (non la prima) del ministro Orlando. Che certo pensa anche a Bonomi quando sostiene che «molti di quelli che prendono posizione sul reddito non conoscono la legge e non conoscono i numeri. Ma non c'è solo cattiva informazione - avverte - c'è anche un tasso molto forte di malafede». Questo perché «si dovrebbe discutere di salari, di politiche industriali, di cose che chiamano in causa le responsabilità delle classi dirigenti - accusa -, ma ciò è fastidioso e si cerca un parafulmine, quello ideale è il reddito di cittadinanza». --© RIPRODUZIONE RISERVATA