Senza Titolo

La chiamano "transizione", ma siccome fatica a raggiungere un punto d'arrivo finale, un nuovo equilibrio stabile e duraturo, essa ci condanna all'incertezza. Quasi una continua emergenza. Dieci anni dopo la cura Monti, figlia della Grande Crisi che la politica non aveva saputo capire e affrontare, è stato necessario chiedere aiuto a Mario Draghi per assicurarci i fondi del Pnrr. E se ieri i partiti, incapaci di mettersi d'accordo, implorarono Giorgio Napolitano perché non se ne andasse, oggi in tanti sognano di tenere Sergio Mattarella sul Colle per un paio d'anni ancora, tanto da costringerlo a ripetere un giorno sì e l'altro pure che non è cosa.E poi. Non ci sono grandi leader in giro, nel senso che non solo non riescono a determinare grandi scelte, ma nemmeno a governare le loro truppe: Berlusconi fatica a guidare un'alleanza in cui gli alleati si sentono più forti di lui; Salvini deve fare i conti con l'ala nord della Lega, più pragmatica e poco adusa a felpe e mojito, e misurarsi con quel ministro Giorgetti che al gioco di cavalcare insieme governo e opposizione preferisce la lealtà a Draghi; Meloni è più salda in sella e più netta nelle esternazioni, ma è facilitata da un ruolo di opposizione senza se e senza: gonfia i suoi consensi, ma è lontana dalla stanza dei bottoni.Dall'altra parte del campo, Giuseppe Conte guida un esercito grillino diviso e turbolento, in perenne odore di scissione, che dopo la sfida delle urne si troverà certamente ridotto assai. Enrico Letta è molto determinato, ma deve tenere a bada ogni giorno le due anime del Pd mai arrivate a fondersi davvero.Di quei partiti, poi, che un tempo dettavano legge fino a farsi Stato resta solo un pallido ricordo, come dimostra un luogo simbolo del potere politico, il Transatlantico di Montecitorio appena riaperto e vuoto; nelle aule di Camera e Senato, intanto, si registrano 267 cambi di casacca in tre anni (fonte Openpolis) e s'avanza un potente gruppo misto che conta 119 deputati e senatori difficili da decifrare nelle loro intenzioni perché senza leader: un campo dove spuntano cespugli dietro i quali ciascuno conduce una vita propria, senza alcun controllo.Emergenza, confusione, incertezza. Ecco, se questa è la scena sulla quale si giocheranno nelle prossime settimane le partite decisive del Pnrr e del Quirinale, c'è poco da stare allegri. Per i fondi europei c'è tempo solo fino al 30 dicembre per approvare decreti e avviare riforme, altrimenti niente soldi. In quanto al Quirinale, se ne parla troppo e senza costrutto. Il paradosso è che tutti i protagonisti sembrano pensare alla Grande Elezione come all'evento salvifico capace di risolvere i loro guai, rimettere a posto le cose, far ripartire una politica stanca e mai così debole; ma più si avvicinano all'appuntamento più si incartano, si scontrano, si dividono, e proprio sul dopo Mattarella. In barba alla Costituzione e pure al buon senso che per la scelta del massimo Garante vorrebbero grande unità e larghe maggioranze.Se davvero la politica cerca una rinascita, il primo impegno dovrebbe essere quello di non chiudere la partita del Quirinale con un "inguacchio". --© RIPRODUZIONE RISERVATA