L'antisemitismo che tocca anche le radici della sinistra europea

Sta crescendo l'antisemitismo, anche in Italia. Prendere atto di questa realtà fa male, molto male. A dirlo è il risultato di una accurata indagine di Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, che evidenzia una percentuale di antisemiti dichiarati superiore al 6 per cento, dei quali l'1,3 per cento addirittura negazionisti della Shoah, che vuol dire più o meno 700.000 maggiorenni votanti. Ma molti di più sono coloro che, pur non dichiarandosi esplicitamente e consapevolmente antisemiti, mantengono una serie di pregiudizi sugli ebrei.C'è un altro dato interessante in quell'indagine, e cioè che, pur con la (lodevole) eccezione dei votanti per Forza Italia, la sensibilità al tema dell'antisemitismo non vede tanto distaccati tra di loro i votanti per partiti di destra da quelli che votano a sinistra.Un corposo e documentato saggio di Alessandra Tarquini, di recente pubblicazione, dimostra come l'antisemitismo sia radicato nella storia della sinistra italiana, sin dalla fine dell'Ottocento, e non solo in Italia, naturalmente. Alle stesse conclusioni era arrivato Gadi Luzzatto Voghera in un suo lavoro di una dozzina di anni fa, concentrato sul secondo Dopoguerra. E come dimenticare, dalle nostre parti, la scena disgustosa della gazzarra al passaggio della Brigata ebraica a Milano nelle manifestazioni del 25 aprile?Il fatto è che la sovrapposizione tra termini come "israeliano", "sionista", ed "ebreo", con uno slittamento semantico che anche la sinistra, almeno con alcune delle sue varie voci, ha legittimato, porta a una generalizzazione del tutto indebita, per cui certe posizioni assunte da parte della classe politica al governo in Israele si traducono in una criminalizzazione di un popolo intero, quello degli ebrei, appunto.L'antisemitismo inteso come odio verso il popolo ebraico ha le sue radici in pregiudizi che solo in parte sono stati estirpati. La Chiesa cattolica, che ha una responsabilità storica nell'aver etichettato il popolo ebraico come "deicida", a partire dal Concilio Vaticano II e dal viaggio di Paolo VI, grande pontefice spesso non riconosciuto nella sua effettiva statura storica, ha svolto un ruolo importantissimo nel correggere quella profonda visione distorta della storia di quel popolo, fino al punto da definire l'ebreo come "fratello maggiore" del cristiano.Al contrario, Karl Marx, benché di famiglia ebraica, non seppe comprendere le radici dell'antisemitismo, sostenendo, in una prospettiva incapace di individuare i pregiudizi dai quali si sviluppa la cosiddetta Judenfrage, che solo il superamento della società borghese ne avrebbe portato la fine. Le vicende degli ebrei russi nell'ormai disciolta Unione delle repubbliche socialiste sovietiche dimostra bene come la posizione di Marx abbia misconosciuta la "questione ebraica" nella sua essenza. --