Senza Titolo

di Pietro Criscuoli wROMA La campana, il confessionale, l'urna. Non sono le componenti di una liturgia religiosa ma gli attrezzi per l'elezione del presidente della Repubblica. La campana è quella maggiore della torretta dell'orologio del palazzo di Montecitorio. Suona quando c'è l'elezione del nuovo inquilino del Quirinale. Per sette anni tacerà. Il confessionale è la cabina del voto. In realtà sono due, disposte lungo i banchi del governo. Le chiamano catafalchi ma volgarmente confessionali, per quelle tende viola. Sono state inaugurate nel 1992, quando fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, per evitare sbirciatine malevole. Poi c'è l'urna, dove si raccolgono le schede, chiamata insalatiera. Il rito. Il meccanismo del voto è estremamente lungo e noioso. Si scrive il nome con una matita, tipo quella delle elezioni popolari, vietate penne e stilo. Vietato il cellulare. Le schede cambiano colore ad ogni votazione, tanto per evitare trucchi e brogli. Devono votare ben 1009, grandi elettori, tra deputati, senatori, senatori a vita e delegati regionali. Ogni nome viene chiamato dal presidente di turno, quello si avvia, sta almeno mezzo minuto nel confessionale e poi se ne va. Il presidente della Camera presiede, vicino a quello del Senato. Le "chiame" sono due. Terminate le operazioni di voto, si procede allo spoglio delle 1009 schede. Un segretario alla presidenza segna i nomi. Poi il conteggio finale, la proclamazione e, se nulla di fatto, la convocazione della seduta successiva. Passano ore, lunghe e noiose anche perché nell'aula di Montecitorio ci sono solo 630 posti, quanti sono i deputati. Gli altri gironzolano. E poi, come sempre, si sa che i giochi per l'elezione del presidente si fanno col favore delle tenebre, nelle stanze chiuse, nei corridoi appartati. Le prime votazioni occuperanno la giornata di domani e quella di venerdì. La Costituzione prevede che per le prime tre occasioni occorra la maggioranza dei due terzi, cioè 673 voti. Un traguardo irraggiungibile, salvo clamorosi accordi dell'ultima ora. Dalla quarta, quando basterà la maggioranza semplice di 505 voti, si farà sul serio. I catafalchi. Le cabine montate tra il banco della presidenza e quelli del governo nell'Aula di Montecitorio, come scritto sopra, fecero la loro prima apparizione nel 1992, durante l'elezione che avrebbe portato al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, per garantire la segretezza del voto. Nel 2006, in vista dell'elezione di Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi ordinò ai deputati di Forza Italia di votare scheda bianca. E per garantirsi che non scrivessero proprio nulla sulle schede, dispose che i suoi parlamentari attraversassero le cabine quasi di corsa. Gli sberleffi. Per fortuna la tradizione vuole che c'è qualche mattacchione pronto divertire l'assemblea scrivendo nomi improbabili. Alla Boldrini toccò anche leggere il nome di Veronica Lario, ex moglie di Berlusconi, con relativi risolini di mezza assemblea. Se è per questo nelle votazioni precedenti fu prescelta anche Linda Giuva, moglie di Massimo D'Alema. Uno sberleffo consumato nella segretezza del voto. E poi ancora: lo stilista Santo Versace, lo scrittore Claudio Magris, lo storico Franco Cardini. Il sapore dell'ironia c'era anche nel voto a Guido Quaranta, storico inviato dell'Espresso e famoso per la sua capacità di raccogliere indiscrezioni gustose nei corridoi dei palazzi romani. E nella galleria storica dei franchi tiratori "cazzeggiatori" non mancano voti per Vasco Rossi, Ornella Vanoni e Luciano Moggi. Nonché per Michele Ricciardi, pittore avellinese del settecento, un'indicazione che suscitò curiosità per eventuali significati reconditi. I segnali. Perché è vero che alcuni nomi contengono segnali in codice. Se per esempio si vuole qualcosa a latere dell'elezione, un gruppo può farsi vivo comunicando a chi di dovere una storpiatura del nome. Se vengono fuori 50 Francesco al posto del corretto Franco, o 40 schede col cognome prima del nome, significa che quei 50 appartengono a uno stesso clan e che possono muoversi compatti. Ai tempi della prima repubblica questi giochi erano all'ordine del giorno. Si è arrivati anche al record di 23 votazioni (nel 1971, per l'elezione di Giovanni Leone), durante le quali i segnali e i contro segnali si sprecavano. Ma allora l'Italia era in mano non alla Dc, ma alle correnti Dc, che contavano ciascuna quel poco che bastava a bloccare un candidato ma non serviva a eleggerne uno. Stavolta dovrebbe essere diverso, perché l'immagine di un paese non si può logorare in estenuanti votazioni. Il pacchetto di 446 voti del Pd è una base sufficiente per chiudere accordi, o col blocco Ncd-Fi, o con quello dei satelliti sparsi a sinistra, da Sel ai transfughi Cinque Stelle. Le prime tre votazioni, che si consumeranno senza un risultato, saranno probabilmente utili a recepire segnali dai candidati di bandiera che qualcuno vorrà indicare. Non è un caso che Renzi ha chiesto di votare scheda bianca, proprio per evitare queste strizzatine d'occhio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA