Greta e Vanessa a casa il Tricolore sul balcone
di Fiammetta Cupellaro wROMA Per la prima volta, divise. Greta e Vanessa, dopo aver vissuto per quasi sei mesi insieme, condividendo la paura e sorreggendosi l'una all'altra anche per scendere dalla scaletta dell'aereo che le ha riportate in Italia, ieri sono state costrette a separarsi. Strette alle loro famiglie, sono tornate ciascuna nella propria casa. Greta Ramelli a Gavirate un paese alle porte di Brembate nel Bergamasco; Vanessa Marzullo nella casa di papà Salvatore a Verdello, in provincia di Varese. Le due giovani cooperanti, che per mesi sono rimaste nelle mani di al Qaeda, cercheranno di tornare alla normalità. «Se ho perdonato mia figlia? Lei ci ha chiesto scusa, ma non so di cosa si debba scusare. Ora vogliamo solo dimenticare» ha detto Salvatore Marzullo, papà di Vanessa che, da quando la figlia ha messo piede a Ciampino, non la molla un attimo. Lei, con lo sguardo stanco e una kefia al collo, la sciarpa tradizionale araba, ieri si è affacciata al piano terra della sua casa per salutare gli amici che l'hanno accolta con striscioni colorati. «Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato per il nostro rilascio» ha detto rimanendo sulla porta. Vicino a lei, il padre che dopo mesi, finalmente, sorride. E a chi gli chiede di commentare le polemiche sollevate dal riscatto pagato per la liberazione della figlia partita volontaria per Aleppo, città diventata campo di battaglia tra le forze islamiste anti Assad e l'esercito governativo, risponde secco: «Ringrazio tutti, dal governo ai nostri vicini. Questa è una brutta storia, fortunatamente, a lieto fine». Le polemiche però divampano sulla rete, ma anche nel mondo politico. «Due vite salvate sono una buona notizia, ma un eventuale riscatto pagato ai terroristi che con quei soldi ammazzeranno altra gente sarebbe una schifezza tutta italiana» così il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini ha commentato la liberazione delle cooperanti lombarde. Intanto a Gavirate è sera quando Greta Ramelli torna dopo quasi sei mesi, nella sua casa. Anche qui, come a Verdello, ad accoglierla ci sono gli striscioni di benvenuto, i palloncini e le amiche del cuore. Stretta tra la mamma Antonella e al papà Alessandro, ai giornalisti che le chiedevano se tornerà in Siria, Greta ha risposto: «Per ora no. La situazione lì è insostenibile». Poi, ha appeso sul balcone una bandiera italiana. Un gesto per dire «grazie» agli italiani che ci hanno aiutato, spiegherà suo fratello Matteo. Ma sia per Greta che per Vanessa, la vicenda del loro sequestro è tutt'altro che chiusa. Ascoltate 48 ore dopo il loro rilascio, ai magistrati romani hanno raccontato le fasi di questi terribili mesi. Da quando, la sera del 31 luglio sono state prelevate nella casa del "capo del Consiglio rivoluzionario locale" in una località al ovest di Aleppo, tradite da qualcuno a loro molto vicino. Forse proprio quel Syrian Free Army, l'esercito libero siriano che volevano aiutare. Poi, i passaggi tra i vari gruppi di sequestratori fino ad arrivare nelle mani del fronte siriano di al Qaeda, la Jabbat al Nusra, una struttura segreta che ha gestito le ultime fasi del sequestro e della loro liberazione. L'unica cosa certa, al momento, è che le due volontarie italiane non sono mai state nelle mani dell'Is. «Eravamo andate laggiù solo per aiutare i bambini» hanno raccontato Greta e Vanessa appena sbarcate a Ciampino, ma ieri è stata resa nota un'informativa dei Ros da cui emergono intercettazioni telefoniche che le smentiscono. Dalle conversazioni intercettate prima della partenza, emergono i contatti delle ragazze con una rete di siriani che abitano in provincia di Bologna e che hanno attirato l'attenzione degli investigatori. Dalla documentazione emerge che Greta e Vanessa erano partite non solo per portare latte per i bambini, ma anche con l'intenzione di distribuire "kit" di soccorso ai combattenti anti-Assad e «offrire supporto al Free Syrian Army». Una di queste telefonate riguarda Greta con Mohammed Yasser Nayeb, pizzaiolo di Anzola Emilia. Una persona che potrebbe averle aiutate in buona fede e che è in contatto con altri connazionali. Greta lo chiamò in quanto presidente della comunità siriana in Emilia-Romagna. «Ma non volevano nessuna interferenza nella loro missione. Gli interessava solo l'associazione qui, sul territorio italiano». Un'altra persona citata nell'informativa è Nabil Al Mureden, chirurgo di Budrio e presidente nazionale della Comunità araba siriana in Italia. Secondo Amedeo Ricucci, il giornalista Rai rapito in Siria nel 2013 l'uomo sembra però tutt'altro che un jihadista. «Benestante, medico e amico di Gianni Morandi, con il quale corre le maratone. Non ha nulla del fondamentalista islamico». E anche Maher, il terzo siriano "bolognese" di cui tratta il Ros, per Ricucci «è un bravissimo ragazzo, è stato mio interprete in Siria ed è stato rapito con me, picchiato e poi liberato». Eppure, per i Ros le ragazze potrebbero aver intrecciato prima di partire per la Siria amicizia "pericolose". ©RIPRODUZIONE RISERVATA