LA STORIA RISCOPERTA
di Roberto Lodigiani wPAVIA Il rapimento e l'uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, sequestrato il 10 giugno 1924 sul Lungotevere romano da una squadra di sicari fascisti (la «Ceka») agli ordini del toscano Amerigo Dumini e assassinato durante la colluttazione in auto, manda in crisi Mussolini, accusato di essere il mandante occulto del blitz, e ridà fiato allo schieramento antifascista, che affronta l'ultima, disperata battaglia per fermare il cammino verso la dittatura. A Pavia e Voghera si forma il comitato delle opposizioni. Ne fanno parte socialisti riformisti e massimalisti (ormai divisi in due partiti, Psi e Psu), popolari, repubblicani, democratici indipendenti e il gruppo «Italia libera». Non i comunisti: quando l'iniziativa prende corpo anche nella nostra provincia, hanno già abbandonato la secessione aventiniana e sono rientrati nell'aula di Montecitorio. L'Aventino, cioè la non partecipazione ai lavori parlamentari, è una forma di protesta decisa sulla spinta dell'ondata di sdegno popolare che sta facendo vacillare il governo, nella speranza - vana - di un intervento diretto di re Vittorio Emanuele III che costringa alle dimissioni il futuro duce ripristinando le libertà costituzionali e di parola (Matteotti è stato rapito e brutalmente ucciso dopo la sua denuncia delle violenze e dei brogli elettorali). Nel capoluogo, aderiscono i leader socialisti Montemartini, Canevari e Griziotti; a Voghera i massimalisti sono rappresentati da Emilio Morini e gli unitari dall'ex sindaco Luigi Ghezzi, sfrattato con la forza da Palazzo Gounela nell'agosto 1922 (vedi articolo sotto): la riunione costitutiva si è tenuta la sera del 29 giugno a casa Morini, presenti anche il segretario provinciale del partito popolare (antesignano della Dc), Franco Berra, Luigi Paleari per i repubblicani, il democratico «bonomiamo» Luigi Arbasino e Zavattarelli per «Italia Libera». Al termine, viene lanciato alla cittadinanza un manifesto che riafferma, «di fronte alla violenza e al delitto, le ragioni ideali della convivenza sociale». I gruppi di lotta pavese e vogherese puntano a dare contenuto politico alla volontà di contrastare con un'azione unitaria l'illegalismo squadristico e governativo, ma senza alcuna intenzione di uscire da un ambito strettamente legalitario, linea sicuramente valida ed encomiabile sul piano morale, ma che all'atto pratico non ha alcuna possibilità di sbarrare la strada al fascismo, al di là della generica quanto inutile attesa di una mossa del re che non arriverà mai. Il fascismo, sulla difensiva fino a luglio, guadagna tempo prezioso e approfitta del sostanziale immobilismo degli avversari, a Roma come in periferia, per superare la bufera. Ne è riprova il bavaglio alla stampa democratica, con il sottoprefetto Medail che ordina il sequestro del «Vaglio», unico organo di opposizione con il cattolico «Giornale di Voghera» ad essere ancora pubblicato. Il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 segnerà la definitiva sconfitta delle opposizioni, imprimendo all'azione di governo la svolta autoritaria che sfocerà nella dittatura. Quanto ai comunisti, il travaglio interno tra l'ala bordighiana e il «centro» gramsciano che punta ad acquisire il controllo del partito, complica il già difficile impegno contro il fascismo. Tra i protagonisti locali, comincia ad emergere la figura del vogherese Riccardo Dagradi, che sarà il sindaco della Liberazione nell'immediato dopoguerra. Al convegno del maggio '24, il giovane Dagradi si schiera per la mozione Bordiga, «di sinistra», influenzato anche dai consigli del sindacalista Antonio Tosti, ex segretario della Camera del lavoro. Ma anche Dagradi, come la maggioranza del partito, sarà presto guadagnato alla causa gramsciana. ©RIPRODUZIONE RISERVATA