Kobane nella morsa Erdogan: contro l'Is serve azione di terra
di Maria Rosa Tomasello wROMA Kobane è ormai l'epicentro della battaglia militare e diplomatica contro lo Stato islamico. Mentre nella città curda, dove i combattenti dell'Ypg, l'ala militare del Partito di unità democratica (Pyd), sono impegnati in una battaglia all'ultimo sangue contro i miliziani jihadisti, l'esercito turco schierato al confine continua a osservare immobile e Ankara detta alla comunità internazionale le sue condizioni per intervenire. La Siria è nel caos: a Knayeh, nel nord-ovest del Paese, un'area sotto il controllo dei qaedisti del Fronte Al Nusra, un parroco siriano cattolico, Hanna Jalluf, francescano, è stato rapito assieme a venti fedeli. Della comunità facevano parte un altro parroco e tre suore, tra le quali un'italiana, suor Patrizia Guarino, 80 anni, originaria di Avellino, che è scampata al sequestro trovando rifugio in una famiglia del villaggio. La richiesta della Turchia per intervenire con truppe di terra viene avanzata dal premier Ahmet Davatoglu: la creazione di «una no-fly zone e di una zona sicura al confine della Siria» per i rifugiati, altrimenti, dice, «il peso finirà sulle spalle della Turchia e di altri Paesi vicini». Il presidente Recep Tayyip Erdogan, che vuole un impegno internazionale per la rimozione del grande nemico, il presidente siriano Bashar al Assad, è certo che dall'altra parte della frontiera la situazione sia vicina all'abisso e che sia ormai necessario cambiare strategia. «Kobane è sul punto di cadere. Il terrorismo non sarà fermato dai raid aerei e finché noi non collaboreremo sul terreno. Sono passati mesi, e non è stato ottenuto alcun risultato». Il vice premier Yalcin Akdogan chiede intanto agli Stati Uniti di intensificare i raid aerei su Kobane, dove in tre settimane di scontri i morti sono 400, e «la loro efficacia», una richiesta che arriva mentre il presidente Barack Obama si prepara a spedire domani ad Ankara il proprio inviato, l'ex generale John Allen, e il sottosegretario Brett McGurk, e l'Iran tuona contro «la passività» della comunità internazionale. L'iniziativa Usa viene annunciata nel giorno in cui la Turchia è investita da polemiche e proteste per il suo atteggiamento passivo davanti al martirio di Kobane, dove i combattimenti si sono spostati dai quartieri orientali a quelli meridionali e dove, nonostante i raid aerei, l'Is continua a conquistare posizioni. Violenti scontri sono scoppiati ieri nel sud-est del Paese tra la polizia e centinaia di manifestanti pro-curdi e nella città di Mus un giovane di 25 anni è morto durante i disordini. Scontri e manifestazioni anche Istanbul, Ankara, Antakya, Antalya, Kadikoy e altre città minori. Una situazione di tensione che ha indotto il governo a dichiarare il coprifuoco dalle 17 nei sei distretti di Mardin, la regione sudorientale, non lontana dal confine con la Siria. L'onda delle contestazioni è arrivata fino a Bruxelles, dove una settantina di curdi ha fatto irruzione nella sede del Parlamento europeo, scandendo slogan contro l'Is e la Turchia, accomunati dalla definizione «terroristi», e ha chiesto aiuto contro il «massacro» in corso a Kobane. Sit-in pro-curdi anche a Parigi, Milano, Fiumicino. La guerra al terrore, con oltre 1.700 raid aerei, sembra ferma al palo mentre l'influenza dello Stato islamico si estende anche in Libia e la delegazione della Russia all'Opac denuncia un nuovo orrore: almeno quattro attacchi chimici con gas cloro sarebbero stati messi a segno a settembre in Iraq dagli jihadisti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA