Mose, Orsoni resta in sella: sono pulito
VENEZIA Torna libero il sindaco Giorgio Orsoni e riprende possesso del suo studio in Municipio. Non perde l'aplomb l'amministratore del centrosinistra coinvolto nell'inchiesta Mose, ma usa parole che pesano nella sua prima uscita dopo una settimana passata ai domiciliari con l'accusa di aver preso fondi illeciti per la campagna elettorale del 2010. Sul fronte giudiziario i legali della difesa hanno concordato con i Pm un patteggiamento a quattro mesi - sarà ora il Gup a decidere sulla congruità -, ma è su quello del proprio operato che il sindaco-avvocato non transige. «Ho deciso di non dimettermi perchè non ci sono le condizioni oggettive per farlo, non ho nulla personalmente da rimproverarmi», dice. Una doppia soluzione, quella giudiziaria e del mantenimento della carica, che ha accesso la miccia della polemiche politiche con Roberto Maroni, il quale ha twittato «Orsoni ammette le sue responsabilità, ma il Pd lo lascia sindaco di Venezia. E il Daspo promesso da Matteo Renzi per i corrotti?». O con Beppe Grillo che sul suo blog sscrive: «Renzi manda a casa Corradino Mineo ma si tiene Orsoni». Anche l'assessore comunale del Pd Tiziana Agostini si è dimessa, mentre Fratelli d'Italia ha occupato il salone davanti allo studio del primo cittadino lagunare. A far finire Orsoni nell'inchiesta politico-affaristica legata ai lavori del Mose è stato il "grande burattinaio" Giovanni Mazzacurati. E su di lui Orsoni punta parte della sua dichiarazione da «uomo libero»: afferma di averlo incontrato più volte, ricorda che fu lui «ad insistere per sostenere la mia campagna dicendo che questo era un compito che si era assunto da sempre in precedenti campagne elettorali, con tutti gli altri candidati a sindaco, perché non voleva che chi vinceva potesse incolparlo di non averlo sostenuto». Anzi, a quello che è diventato il suo accusatore, il primo cittadino aveva dato, nella certezza di essere nel lecito, anche il numero del suo conto corrente, «come a tanti altri», precisa. Nel giudizio tagliente del sindaco, l'ex presidente di Cvn è solo «un millantatore». Il sindaco sposta il tiro anche sul piano politico: la campagna elettorale «non è stata gestita da me ma dai vari partiti che mi hanno sostenuto: è evidente che il Pd era il maggiore». «Ho spiegato ai pm - sottolinea - che non ero al corrente in alcun modo dei meccanismi messi in atto per creare dei fondi destinati poi anche a contribuire alla campagna elettorale di tutti i partiti, non ho ricevuto alcuna somma da parte di chicchessia nè tantomeno dall'ex presidente del consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati». Poi una stoccata ancora sul piano politico: «Mi addolora di più di questa vicenda, l'aver visto quanti hanno preso le distanze da me» e il riferimento è a qualcuno nel Pd: «Credo che ci sia qualcuno - spiega - che forse non ha capito, o forse ha fatto finta di non capire che cosa stava succedendo». La giornata di Orsoni "nuovamente" sindaco è cominciata alle 11.30, quando l'avvocato è uscito dal portone dell'abitazione che si affaccia sul Canal Grande. Sul pennone di casa è ricomparso il gonfalone di San Marco, simbolo di Venezia. Il gip ha disposto la revoca del provvedimento accogliendo la richiesta del collegio di difesa, gli avvocati Daniele Grasso e Maria Grazia Romeo, dopo i due interrogatori. «Credo che questo provvedimento di revoca dei domiciliari si commenti da solo: ho chiarito in modo inequivocabile la mia posizione con i magistrati», ha detto ai cronisti. Poi il primo atto in Municipio, quasi simbolico: la riappropriazione dello studio da sindaco.