Vittoria di Tizzoni: «Luce sulla verità»
di Anna Mangiarotti wGARLASCO Una "vittoria" dell'accusa, ma anche della parte civile: la scelta della Cassazione premia il lavoro dell'avvocato Gianluigi Tizzoni, che rappresenta i Poggi fin dal giorno del delitto. «Si è acceso un faro sull'accertamento della verità», ha detto a caldo ieri mattina. Originario di Garlasco, 46 anni, sposato con un figlio di cinque anni, oggi vive a Milano ma ha mantenuto lo studio a Vigevano. Da quasi sei anni studia e vive il caso con una passione che va oltre il lavoro. «Con la famiglia di Chiara si è creato un rapporto di amicizia. E comunque, l'impegno su una vicenda come questa è una grande sfida non solo professionale, ma anche da un punto di vista umano». Se Alberto Stasi ha avuto un collegio di quattro avvocati, nei diversi gradi del processo per l'omicidio e in quello per il materiale pedoporno trovato sul suo pc, Tizzoni ha lavorato da solo fino al ricorso in Cassazione, affiancato solo a Roma dal collega Francesco Compagna. Il legale dei Poggi sottolinea che la scelta della Cassazione su Garlasco farà scuola, anche per il ruolo la parte civile. «C'è stato poi un grande lavoro dei nostri consulenti tecnici come Paolo Reale, Marzio Capra e Antonio Barili. Questa volta - dice Tizzoni – non siamo stati la "Cenerentola" del processo, ma abbiamo giocato una parte importante. Segnalando lacune di indagine e prove non analizzate, o valutate in modo non corretto dai giudici in primo grado e in appello». Come la bici nera da donna che una vicina vide davanti a villa Poggi - scena del crimine - la mattina del delitto, in orario compatibile con la morte di Chiara. «La famiglia Stasi possedeva una bici dello stesso tipo, inspiegabilmente mai sequestrata e analizzata». Stesso discorso «per i primi due gradini della scala interna della villa, in fondo alla quale c'era il cadavere, fortemente imbrattati di sangue». Alberto dovrebbe averli calpestati per poter vedere la fidanzata già uccisa da altri – la scala descrive una curva, il corpo era scivolato in fondo – ma non sono stati oggetto di perizie. Anche un capello rimasto nel pugno di Chiara non è stato analizzato. Motivazione data in appello: «Il capello sarebbe caduto naturalmente, non strappato, e la mano di Chiara ci sarebbe finita sopra per caso. Non stupisce che la Cassazione, davanti a valutazioni come queste, ordini di far rifare il processo». Secondo le motivazioni di appello, Alberto Stasi è stato assolto perché a suo carico c'erano solo due indizi e nemmeno gravi. Troppo poco per condannarlo a 30 anni di carcere, quindi. «Ma non c'è stata, oltre ad accertamenti mancanti del tutto – dice l'avvocato Tizzoni – una valutazione corretta e congrua degli indizi esistenti, da parte della Corte d'appello». Esempio, Chiara conosceva il suo assassino, era in pigiama e in casa da sola quando lo ha fatto entrare la mattina presto: non può averla aggredita con quella ferocia un ladro di passaggio, come ipotizzavano le motivazioni dell'assoluzione in appello: questo è un fatto storicamente certo. Ma non è stato considerato». ©RIPRODUZIONE RISERVATA