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di Gabriele Rizzardi wROMA Impegnato in un'affannosa rincorsa all'ultimo voto ma tonificato da una leggera ripresa nei sondaggi, Silvio Berlusconi lancia la candidatura di Mario Draghi per il Quirinale, fa sapere che in piazza manderà Angelino Alfano e punta l'artiglieria contro Mario Monti, che due giorni fa lo ha accusato di essere una riedizione del «pifferaio magico», un «illusionista» che «non ha credibilità internazionale». Parole che hanno colpito nel segno e scatenato la durissima reazione del Cavaliere, che accusa il premier uscente di avere un atteggiamento ambiguo. «Monti attacca forse perché è sotto shock per i sondaggi che lo indicano come uno dei leaderini del centro oppure perché, come diceva Flaiano, l'insuccesso dà alla testa. Certo che è un Monti molto diverso da come credevamo e noi ci siamo cascati...» affonda Berlusconi, che vuole polarizzare lo scontro con il segretario del Pd al quale offre un impossibile accordo per il dopo voto. Bersani e Monti. «Il nostro avversario è Bersani» spiega il leader del Pdl davanti alle telecamere di Omnibus (La7). Tuttavia è al Professore che riserva gli attacchi più pesanti. E la ragione è semplice: la Lista Civica potrebbe essere un porto sicuro per i berluscones delusi dalla politica del Cavaliere che non voterebbero mai a sinistra. «Monti si presenta sotto mentite spoglie di indipendenza, ma è una protesi della sinistra ed ha purtroppo rivelato che c'è un patto segreto con Bersani». Monti è troppo sbilanciato a sinistra? «Io» ribatte il ministro dell'Agricoltura e prossimo candidato nelle liste Udc, Mario Catania «non mi sento affatto una protesi della sinistra». Il "no" di Draghi. Ma ieri il primo annuncio a effetto del Cavaliere ha riguardato il successore di Giorgio Napolitano al Quirinale. «Se ci fosse una maggioranza che lo proponesse, io voterei Mario Draghi alla presidenza della Repubblica» assicura Berlusconi, che dice di essere stato «determinante» nella scelta del nuovo Governatore («Sono io che l'ho imposto alla guida della Bce») ma non dice chi ha davvero in mente per il Colle («Il candidato in pectore non si svela altrimenti si brucia...») e incassa uno stizzito "no, grazie" dal portavoce di Draghi. Il quale fa capire che il Governatore non è affatto interessato a fare la pedina del Cavaliere nella scacchiera della campagna elettorale. «Il presidente Mario Draghi terminerà il suo mandato il 31 ottobre 2019. Fino ad allora il presidente è determinato a servire la Bce», fine delle trasmissioni. Ppe e Pdl. Nella giornata elettorale scoppia anche la polemica tra Ppe e Pdl. A gettare benzina sul fuoco è il capogruppo, Joseph Daul, che nelle scorse settimane ha preso le distanze dal "populismo" del Cavaliere e adesso si schiera a favore del premier uscente: «Il candidato del Ppe è il signor Monti. Ma, come sempre in Italia, la situazione è molto complicata perché abbiamo anche l'Udc e il partito di Berlusconi nel Ppe». L'attacco ai giudici. Dopo l'exploit da Santoro, che gli avrebbe fatto guadagnare due punti nei sondaggi, Berlusconi riprende a martellare «quella parte di magistratura politicizzata» che è una vera e propria «patologia della nostra democrazia da sconfiggere». Il preambolo serve al Cavaliere per rivelare che la sentenza di condanna sul processo Mediaset «è stata una concausa della decisione di tornare in campo e togliere la fiducia al governo Monti». Ma Berlusconi ne ha anche per l'ex Pm ed oggi leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia, che incontra nello studio di La 7 e, dopo averlo salutato, gli offre i polsi incrociati, come se dovesse essere ammanettato. Ruby e bunga bunga. Partendo dalla convinzione che i processi di Milano sono solo delle «mostruose macchine di diffamazione», il Cavaliere dice di non temere un'eventuale condanna nel processo Ruby e spiega perché: «Davanti a una evidente prova di parzialità dei giudici, i miei elettori mi sosterrebbero con maggiore convinzione. Su questo non ho alcun dubbio». ©RIPRODUZIONE RISERVATA