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Francesco Olivo /ROMAPer Mario Draghi «avere il sostegno del Senato nel prendere queste decisioni è molto, molto importante. L'unità è essenziale». La maggioranza alla fine ha votato compatta la risoluzione e il capo del Governo potrà partecipare al Consiglio europeo di domani e venerdì con un pieno mandato parlamentare. Obiettivo raggiunto quindi, ma per arrivarci il percorso è stato accidentato e ha lasciato sul terreno sul terreno morti e feriti politici. Che la giornata non fosse banale lo si è capito sin dalle prime ore del mattino, le trattative all'interno dalla maggioranza per arrivare a un documento condiviso, iniziate lunedì negli uffici del Senato, sono proseguite a singhiozzo per tutta la mattinata. Problemi di sostanza non ce ne sono, raccontavano i protagonisti usciti a prendere un po'd'aria, ma intorno tutto crollava. A togliere serenità alle discussioni erano le notizie che arrivavano da Montecitorio: la raccolta di firme per formare dei nuovi gruppi parlamentari legati a Luigi Di Maio. La scissione tanto evocata si sta materializzando e a quel punto i piani si sovrappongono: la risoluzione sulla guerra in Ucraina e lo strappo definitivo all'interno del Movimento 5 Stelle. Così, anche la nuova convocazione delle 14 finisce nel nulla: «A questo punto ascoltiamo Draghi e poi vediamo», dicono i cinque stelle, spaesati. Alle tre del pomeriggio il presidente del Consiglio inizia il suo discorso, ma il documento di maggioranza ancora non c'è. Una sgrammaticatura grave, figlia di una giornata frenetica e di equilibri sempre sul punto di rompersi. Il premier parla per venti minuti, il tono è conciliante, evita di pronunciare la parola "armi", ma manda un messaggio esplicito: «Il governo italiano intende continuare a sostenere l'Ucraina così come questo Parlamento ci ha dato mandato di fare». Draghi racconta della sua viaggio a Kiev, quando «il presidente Zelensky ci ha chiesto di continuare a sostenerli per poter raggiungere una pace che rispetti i loro diritti e la loro volontà. Solo una pace concordata e non subita può essere davvero duratura». «La strategia dell'Italia - spiega il premier - si muove su due fronti: sosteniamo l'Ucraina e le sanzioni alla Russia affinché Mosca accetti di sedersi al tavolo». «Le sanzioni funzionano - ha proseguito Draghi nel suo intervento - l'Fmi prevede che inciderà per 8,5 punti di Pil sull'economia russa. Il tempo ha rivelato che queste misure sono sempre più efficaci. Ma i nostri canali di dialogo rimangono aperti, non smetteremo di cercare la pace, nei termini che sceglierà l'Ucraina». Inizia il dibattito e la risoluzione ancora non arriva. Pier Ferdinando Casini, il primo a prendere la parola, è indignato: «Una volta, quando io sono entrato in Parlamento, questo dibattito sarebbe terminato così: "Il Senato della Repubblica, udita la relazione del presidente del Consiglio dei ministri, la approva"», e invece qui è tutto un aggiungere o togliere quella parolina che possa consentire a tutti di non perdere la faccia davanti agli elettori. Matteo Renzi, è euforico e fa fatica a trattenerlo (lo confesserà più tardi) e parla di «teatrino». Tocca alla Lega, l'altro partito che ha messo in discussione la politica estera italiana, specie l'invio delle armi all'Ucraina. Il Carroccio, però, ha deciso di non seguire Giuseppe Conte nei suoi tormenti, tanto che Matteo Salvini, presente in Aula, non interviene e lancia messaggi: «Non ci interessano le beghe interne del M5S. Si è già perso troppo tempo. Perché? Il governo è ostaggio dei litigi?». C'è un elemento che però non è neutro: la Lega da ieri è diventato il primo partito della maggioranza. Salvini specifica di non essere interessato a un rimpasto, ma alza la posta con Draghi: «Ci interessa che il governo confermi gli sconti su carburanti, luce e gas e faccia il Decreto siccità», dice entrando a Palazzo Madama. La scissione del M5S, nonostante il primato raggiunto, lascia inquieti alcuni dirigenti del Carroccio. L'asse tra Di Maio e Giancarlo Giorgetti, (seduti alla sinistra e alla destra di Draghi ieri in Senato) e i nuovi scenari che si aprono con la nascita di una nuova creatura al centro sono elementi che i salviniani guardano con sospetto. Anche in Forza Italia ci sono dei dubbi: «Questa scissione è un tradimento degli elettori del Movimento 5 Stelle - dice Licia Ronzulli, capo della segreteria di Silvio Berlusconi -. Visto che i cinque stelle hanno votato la risoluzione di oggi al Senato, mi domando il perché di questa rottura se non per preparare qualcos'altro? ». Fratelli d'Italia osserva alla frantumazione della maggioranza, mantenendo la posizione atlantista: il partito di Giorgia Meloni ha presentato una propria mozione che di fatto sostiene la linea del governo e della Nato e si è astenuta su quella di maggioranza, paradossalmente più "annacquata" per non scontentare nessuno: «Volano gli stracci e il ministro degli Esteri veniva sfiduciato dal suo stesso partito, fatto estremamente grave per il nostro prestigio e la nostra reputazione internazionale», dice il capogruppo Luca Ciriani. La giornata, almeno a Palazzo Madama, si chiude con la replica di Draghi, stringata ma significativa. Il premier dice più volte la parola "grazie", «perché l'unità è essenziale in questi momenti. Ringrazio, infine, anche per un altro motivo, quasi personale: in questi momenti, quando il Paese è sia pure indirettamente coinvolto in una guerra, le decisioni che si devono prendere sono molto complesse, sono decisioni profonde, che hanno risvolti anche morali. Per cui avere il sostegno del Senato nel prendere queste decisioni è molto, molto importante per me. Grazie». --© RIPRODUZIONE RISERVATA