Senza Titolo
Silvio Berlusconi è il personaggio che più ci ha diviso nell'ultimo trentennio. Nessuno è stato amato o detestato quanto lui, perché meglio di chiunque ha incarnato i vizi e le virtù nazionali. Vincitore per distacco del titolo di Arci-italiano. La sua carriera da uomo d'affari e da politico non sarebbe stata concepibile senza questo straordinario fiuto degli umori e dei sentimenti collettivi che Berlusconi è stato capace di sfruttare, ma anche di forgiare. Nel bene o nel male, ha lasciato un solco profondo. C'è un'Italia prima e un'Italia dopo di lui.La mutazione che ha introdotto nei costumi precede di molto il suo avvento in politica, ne costituisce il preambolo. Da costruttore edile (fine anni '60) Berlusconi immaginava nuovi quartieri nelle periferie milanesi, ispirati a un certo mix di decoro borghese e di edonistico consumismo, il verde attrezzato e l'immancabile supermarket al centro del villaggio, secondo una concezione materiale dello «star bene» che secondo lui non poteva prescindere dal carrello pieno. Si lanciò non a caso nella grande distribuzione (Gruppo Standa). Con Mediolanum estese il raggio d'azione ai servizi finanziari. Soprattutto intuì che l'immenso potere della televisione non poteva più restare mangiatoia dei vecchi partiti. Sfidando i divieti dell'epoca nel nome della concorrenza, mise in piedi quello che sarebbe diventato l'impero televisivo Mediaset. Ci riuscì con l'aiuto determinante della politica, in particolare del suo testimone di nozze Bettino Craxi (a quel tempo segretario del Partito socialista italiano) che nel 1984 gli spianò la strada con un apposito decreto che di fatto metteva fine al monopolio Rai. Fu la prima legge «ad personam» di cui seppe approfittare. Divenne padrone dell'etere, si guadagnò il titolo che in verità poco gradiva di Sua Emittenza. Entrava nelle case attraverso il tubo catodico per vendere pubblicità, ma anche per imporre attraverso i programmi televisivi un sistema di valori (o di disvalori) fondati sul dio denaro, su una visione della vita operosa e al tempo stesso gaudente, su una rappresentazione del mondo in perfetta sintonia con la «Milano da bere» che dominava negli anni '80. Con quella filosofia, si bevve l'Italia.Perché la politicaFino alla sua «discesa in campo» (26 gennaio 1994), Berlusconi era stato un imprenditore di indubbio talento che sapeva muoversi come nessun altro nella terra di mezzo tra lecito e illecito. I trionfi sportivi del Milan, acquistato qualche anno prima, contribuirono potentemente alla sua immagine di tycoon senza rivali. Amorale, spregiudicato come molti pionieri, s'era allargato al ramo dell'editoria dopo la cosiddetta «guerra di Segrate» combattuta contro l'ingegner Carlo De Benedetti per il controllo della Mondadori. I partiti che vivevano al di sopra delle loro possibilità bussavano alla sua villa di Arcore per mendicare aiuti materiali e visibilità in cambio della loro protezione. D'improvviso l'inchiesta Mani Pulite privò Berlusconi dei referenti nel Palazzo, spazzò via tutti i protagonisti della Prima Repubblica ad eccezione del vecchio Pci, salvatosi per il rotto della cuffia e pronto a conquistare l'Italia con la «gioiosa macchina da guerra» messa in piedi da Achille Occhetto. Per la fabbrica di denari del Cavaliere sembrava prossima la fine. Fu allora che Silvio decise di mettersi in proprio; da imprenditore in combutta con la politica, capacissimo di ungerne gli ingranaggi, tentò di diventare politico egli stesso, «unto» dagli elettori. Fondò Forza Italia contro il parere della sua cerchia ristretta, da Fedele Confalonieri a Gianni Letta. Con una fulminea operazione di marketing mise in piedi il nuovo partito allo scopo di salvare la sua «roba» dai «comunisti». Ed è indiscutibile che nelle prime elezioni vinte alla guida del centrodestra, quelle del marzo 1994, furono determinanti gli spot ossessivi sulle sue tre reti. Sfondò grazie al fiume di soldi investiti nella campagna elettorale e alla forza d'urto delle televisioni. Eppure, una visione più distesa di eventi ormai lontani non può negare l'altra faccia del vero: l'uomo in fondo raccolse quanto aveva seminato per oltre un decennio nella società italiana, si impose grazie ai miti edonistici cui la gente ormai si abbeverava, profittò del disorientamento generale e del discredito calato sul Palazzo per effetto di Tangentopoli, seppe infilarsi nel vuoto lasciato dal defunto «pentapartito», rispose «eccomi qua» alla richiesta di facce nuove, acquistò chiavi in mano un programma politico liberale e seppe crearsi intorno una corte di veri intellettuali, da Saverio Vertone a Lucio Colletti, da Giuliano Urbani a Gianni Baget Bozzo, da Antonio Martino a Giorgio Rebuffa, i quali vestirono di dignità la sua scommessa politica. C'era un popolo moderato rimasto senza guida, Berlusconi si presentò al momento giusto auto-proclamandosi condottiero. Ebbe ragione lui.Poche tracceA intervalli è stato quattro volte premier, per quasi dieci anni complessivi, vedendosela con Romano Prodi (dal quale venne sconfitto nel 2005 salvo prendersi la rivincita tre anni dopo). Bravissimo a vincere le elezioni grazie a quel senso rabdomantico di ciò che vuole la gente, Berlusconi non è stato altrettanto abile ad amministrare il potere immenso concentrato nelle sue mani. Inarrivabile seduttore, capace di estrarre dal suo cilindro le più indecenti proposte su tasse e grandi opere, straordinario piazzista di sé stesso, puntualmente finiva per impantanarsi una volta messo alla prova del «fare». Se si guarda ai risultati concreti, la traccia della sua epoca risulta complessivamente modesta. Dell'uomo che nella storia repubblicana è stato più lungamente a Palazzo Chigi si fatica a ricordare qualche riforma davvero epocale. Non nel fisco e nemmeno nella giustizia, i suoi cavalli di battaglia. Dei fallimenti, Berlusconi diede sempre la colpa agli altri, mai dalla sua bocca una parola di autocritica. La prima volta se la prese con Umberto Bossi, leader della Lega, il quale l'aveva scaricato nell'autunno 1994 istigato - sostenne il Senatur - dall'allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Al secondo tentativo di governo, tra il 2001 e il 2006, il Cavaliere scaricò le colpe degli insuccessi sui piccoli alleati centristi i quali gli «remavano contro». Del terzo e decisivo naufragio, nel 2011, accusò il rivale di destra Gianfranco Fini, sebbene in realtà a travolgerlo fosse stata la crisi finanziaria dei debiti sovrani che non aveva saputo fronteggiare in tempo e anzi aveva alimentato con costose promesse (nemmeno quelle mantenute). Berlusconi aveva illuso sé stesso, e di conseguenza l'Italia, che per rimettere le cose a posto fosse sufficiente fidarsi di un «uomo del fare», ispirato alla cultura d'impresa. Ma la politica è un'altra cosa, risponde alle proprie leggi. La crisi del berlusconismo è maturata quando questa verità è apparsa a tutti lampante.I conti con la giustiziaAccanto ai trionfi politici e sportivi, Berlusconi ha conosciuto l'onta di inchieste, processi estenuanti e infine della condanna penale che l'ha obbligato a scontare un anno di servizi sociali presso l'Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, dando da mangiare a persone fragili, intrattenendo gli anziani. L'avevano incastrato nel 2013 certe compravendite di diritti televisivi con annessa frode al fisco: delle tante gravissime accuse collezionate nella sua carriera, compresa quella di stragismo in combutta con la mafia, in fondo l'uomo ha scontato la meno infamante. L'origine oscura delle sue fortune è stata oggetto di mille supposizioni: attribuita dapprima all'aiuto della loggia massonica segreta P2, cui si era affiliato con la consueta disinvoltura all'inizio degli anni '80, quindi a mai dimostrati legami con Cosa Nostra siciliana. Il suo sodale e amico Marcello Dell'Utri è finito in carcere per collusione. Ma prima che la magistratura riuscisse a incastrarlo sul fisco ci sono voluti quattro lustri e ben 35 procedimenti giudiziari. Trenta si sono conclusi con un nulla di fatto, vuoi per effetto della prescrizione (sette volte), vuoi per amnistia (due casi), vuoi per archiviazione (nove), vuoi per assoluzione a vario titolo (dodici). I rimanenti filoni si estingueranno ormai per morte del presunto reo, e comunque a guerra largamente finita. Dal trentennale duello contro le toghe che ha infiammato il Paese e ispirato il film Il Caimano, Berlusconi è uscito sconfitto perché nei suoi confronti è stato dispiegato un arsenale investigativo degno di gangster alla Al Capone; e comunque, il lussureggiante romanzo criminale fiorito intorno alla sua persona, il proliferare di inchieste come mai s'era visto nella storia repubblicana non ne ha mai intaccato il consenso popolare, anzi per certi aspetti lo ha rafforzato perché così funziona in Italia, conferendogli un'aura probabilmente immeritata di vittima dell'ingiustizia e del giustizialismo. Tutto un mondo liberal-garantista lo ha sostenuto a spada tratta salvo in parte pentirsene quando Berlusconi imboccò da premier scorciatoie egoistiche, tipo le leggi "ad personam" per tirare fuori dai guai solo sé stesso. Nessuno di questi piccoli stratagemmi gli ha mai giovato. Come conseguenza della condanna e della Legge Severino, il 27 novembre 2013 venne espulso dal Parlamento dove era stato eletto senatore. Prima che gli venisse tolto rinunciò al titolo di Cavaliere.Dagli altari alla polvereSilvio Berlusconi è stato un fenomeno mediatico planetario. La ricchezza, il pallone, la politica: non gli è mancato proprio nulla per diventare una star del gossip precedendo in tutto e per tutto altri epigoni di successo, cominciando da Donald Trump in America. A suo modo, sia pure discutibilmente, un gigante dei nostri tempi. I leader mondiali si avvicendavano nei summit e lui era sempre lì, con il suo sorriso a 32 denti e le gaffes memorabili, in qualche caso volute appositamente per far parlare di sé: dalle corna al ministro degli Esteri spagnolo ai rimproveri della regina Elisabetta d'Inghilterra per il chiasso nelle foto ufficiali, dal «kapò» indirizzato al socialdemocratico tedesco Martin Schulz ai "cucù" con cui accolse a Venezia Angela Merkel, dai gesti plateali di ammirazione per la first lady americana Michelle Obama ai capi di Stato fatti attendere a una cerimonia ufficiale mentre lui stava al telefono (così disse, ma vai a controllare) con il leader turco Recep Tayyip Erdogan. La sua strategia internazionale è stata spesso banalizzata come semplice politica delle «pacche sulle spalle», intendendo che Berlusconi puntava soprattutto a fare breccia sul lato umano, a coltivarsi i leader mondiali, a renderseli amici con regali e moine. Ma dietro queste munifiche attenzioni c'era un disegno forse megalomane, certo grandioso, su cui molti si fecero delle risate, che tuttavia gli permise di vivere da protagonista momenti irripetibili come il vertice Nato a Pratica di Mare, nel 2002, che per la prima e unica volta si aprì alla Russia: quel fugace istante diede l'illusione ottica di un passaggio storico. Facendo leva sull'astro nascente di Vladimir Putin, sugli Stati Uniti dell'altro amico George W.Bush, sulla Gran Bretagna del laburista Tony Blair, sul sostegno della Spagna post-franchista guidata da José Maria Aznar, Berlusconi tentò una manovra aggirante per affrancare l'Europa dall'asse di comando franco-tedesco. Sull'altra sponda del Mediterraneo giurò eterna amicizia col colonnello Gheddafi, salvo tradirlo nella primavera 2011. Poco dopo la campana suonò pure per lui. L'avventura tra le stelle della politica mondiale si concluse il 23 ottobre di quello stesso anno, quando la cancelliera di Germania Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy risposero con risolini ironici a una domanda sul Cavaliere: tutti capirono che l'uomo era alle corde. Due settimane più tardi dovette cedere il governo al professor Mario Monti, messo in campo per scongiurare il default dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.Il declino umano del Cav si era già manifestato nello squallore delle «feste eleganti», come insisteva a chiamarle; nei riti orgiastici del bunga-bunga; nelle rivelazioni delle olgettine; nell'epopea di Ruby Rubacuori, la presunta «nipotina di Mubarak»; nei mille ricatti subiti da un uomo malato, come l'aveva definito la seconda moglie Veronica Lario prima di divorziare; nel fidanzamento movimentato con Francesca Pascale, paladina dei diritti Lgbt; nelle quasi nozze con Marta Fascina che poteva essere sua figlia o nipote. Il lungo tramonto politico, invece, è passato attraverso un doloroso «sequel» di tradimenti e scissioni con Forza Italia (chiusa nel 2009 per dar vita al Popolo delle libertà e riesumata nel 2013) ormai ridotta al lumicino. Ceduto a un misterioso acquirente cinese il Milan, che aveva portato a essere la «squadra più titolata al mondo» (definizione sua), si era accontentato di elevare in serie A il Monza. Da tempo non amministrava più le aziende, affidate ai figli maggiori Marina e Piersilvio. Nel 2000 era sfuggito a un cancro. Nel 2006 aveva impiantato un pace-maker.Nel 2009 era stato ferito al volto durante un'aggressione in Piazza Duomo a Milano. Nel 2016, all'età di 80 anni, aveva superato un complicato intervento al cuore. Altra delicata operazione nel 2019 per occlusione intestinale. Nel 2021 s'era preso il Covid nella sua versione peggiore. Ultimamente in pubblico non riusciva a nascondere la propria stanchezza, specie se paragonata al vitalismo di Matteo Salvini, che l'aveva già sopravanzato come leader del centrodestra alle elezioni politiche 2018, e poi di Giorgia Meloni. Ma non è mai parso rassegnato, come può esserlo chi avverte che il meglio di sé è alle spalle. Poco più d'un anno fa s'era perfino candidato alle elezioni presidenziali. Pur tra mille nostalgie e orgogliose rivendicazioni di amicizie imbarazzanti, tipo quella con Putin, Silvio ha confermato fino all'ultimo la sua centralità politica con zampate da vecchio leone. Molti cercheranno di raccoglierne il testimone. Ma a confronto del populismo sguaiato e iroso dei giorni nostri, del sovranismo caricato d'odio, la stagione berlusconiana verrà ricordato per i tratti ottimistici, magari cialtroni ma sorridenti, positivi e perfino di buon senso. Umano, a volte anche troppo. Silvio si vantava di avere il «sole in tasca». Quel sole adesso è tramontato, senza lasciare eredi. --© RIPRODUZIONE RISERVATA