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romaGiorgia Meloni non è soddisfatta quando risale sull'aereo che quattro ore prima l'aveva portata a Tunisi. Un'ora e quaranta minuti di colloquio con il presidente Kais Saied significheranno pure, come si affrettano a far sapere da Palazzo Chigi, che «il feeling è stato buono», ma non sono serviti a smuovere un leader che sta assumendo i lineamenti dell'autocrate, arrestando oppositori, giornalisti, sigillando il Parlamento.Meloni sorride, stringe mani, si mostra disponibile. Lo fa al suo arrivo, durante la passerella con la premier Najla Bouden, poi con Saied al palazzo presidenziale. Le immagini sono quelle del fotografo ufficiale e degli smartphone dei collaboratori. I giornalisti arrivati al seguito restano lontani e non la vedranno mai. Così, senza domande, Meloni può offrire la sua ricostruzione del bilaterale con il presidente tunisino dietro a un podio, davanti a una telecamera, con in un'inquadratura sbilenca, come all'interno di una nave piegata dalle onde. Si intuisce subito che il confronto non è andato come avrebbe voluto, ma si è chiuso come si aspettava. Con Saied che dice «no ai diktat del Fondo monetario internazionale», no alle riforme che l'organizzazione internazionale pretende per scongelare il finanziamento da 1,9 miliardi, vitale per Tunisi. Meloni è preoccupata, e non lo nasconde. A Saied spiega che l'Italia sta facendo di tutto per ammorbidire gli alleati, sia a livello di Europa che di G7. Racconta di un «approccio pragmatico», della proposta del vicepremier Antonio Tajani di rateizzare i finanziamenti rendendo più progressivo il percorso delle riforme. Saied scuote la testa. Considera le proposte del Fmi «imposizioni», come «medici che prescrivono farmaci senza prima diagnosticare la malattia». Una posizione sprezzante che viene rilanciata in un comunicato stampa, dove le richieste del Fondo vengono bollate come «una malattia» che potrebbe «minacciare la stabilità interna della Tunisia e avere conseguenze che si stendono a tutta la regione». A Saied è stato chiesto di togliere i sussidi alla farina, alla benzina, di cominciare a ristrutturare un sistema economico vicino al collasso, ferito dalla corruzione, e stremato da un'amministrazione pubblica gonfia di assunzioni ma senza soldi per pagarle. Ma il presidente non vuole mollare la posa populista e considera prioritario, dice, «il tema della cancellazione del debito che grava sullo Stato tunisino». La Tunisia vuole prima i soldi, poi farà le riforme. Ma è una promessa a cui gli americani credono poco. Lunedì prossimo Tajani volerà a Washington per parlare nuovamente con il segretario di Stato Blinken e la direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva. Era stato proprio Blinken ad avere un colloquio telefonico di oltre un'ora con Saied, durante il volo verso il G7 in Giappone. Secondo fonti italiane, dopo lunga insistenza la linea in aereo è caduta e Blinken avrebbe ammesso: «Con questo qui non c'è niente da fare». Il governo italiano però non vuole farsi scoraggiare dalla mancanza di fiducia americana. Meloni ha intravisto una maggiore flessibilità dall'Ue. A Saied ha garantito che l'Italia sosterrà l'apertura di una linea di credito per il bilancio tunisino, a favore soprattutto delle piccole e medie imprese. Inoltre, c'è la possibilità che arrivi un pacchetto integrato di finanziamenti, su cui sta lavorando Bruxelles, anche per alleggerire Tunisi nella gestione dei migranti. «Per accelerare l'attuazione di questo pacchetto - spiega Meloni - ho dato a Saied la disponibilità a tornare presto qui in Tunisia con Ursula Von der Leyen». Meloni avrebbe proposto come data domenica prossima, per un viaggio che assieme alla presidente della Commissione europea avrebbero dovuto fare tempo fa, ma che sarebbe saltato perché Saied si sarebbe sentito commissariato dall'esterno.La premier italiana ha fretta, loda il lavoro fatto da Saied sui migranti, accoglie la proposta tunisina di una conferenza internazionale sul tema delle migrazioni e offre Roma come sede, ma ammette la paura che con la stagione estiva l'esodo possa moltiplicarsi. La stabilità della Tunisia è fondamentale. Il rischio di una nuova Libia è troppo alta. Dall'altra parte del Mediterraneo Meloni si gioca molto della credibilità della sua strategia. Oggi, come anticipato dalla Stampa, sarà a Roma il primo ministro ad interim del governo di unità nazionale di Tripoli Abdul Hamid Dbeibeh, in cerca di una legittimazione internazionale per la possibile candidatura alle future elezioni in Libia. Verrà firmato un nuovo memorandum tra i ministeri dell'Interno e probabilmente, secondo fonti libiche, anche un accordo di 2 miliardi con Eni. A Tunisi Meloni non ha dedicato neanche una parola in pubblico per la stretta brutale operata da Saied sullo stato di diritto. Nessuno glielo ha potuto chiedere, perché ai giornalisti, convocati il giorno prima con appena 23 minuti di preavviso, non è stato permesso avvicinarla. Saltato il punto stampa, inizialmente previsto in ambasciata, Meloni trova comunque il tempo di presentarsi sopra un podio, nel palazzo presidenziale e rilasciare le sue dichiarazioni davanti a una telecamera. Che poi è il format che la premier predilige: senza domande come avviene per la rubrica "Gli appunti di Giorgia" o come quando il primo maggio evitò la conferenza stampa sul decreto lavoro, preferendo il piano sequenza tra gli stucchi di Palazzo Chigi ideato dal suo social manager. --© RIPRODUZIONE RISERVATA