In manette il boss Bonavota Era tra i 4 latitanti super ricercati

il casoNon era in un bunker sottoterra in Calabria, ma a Genova, inginocchiato a pregare nella centralissima cattedrale di San Lorenzo. «Chi siete?» domanda a tre investigatori in borghese. «I carabinieri del Ros» rispondono e lì la paura dipinta sul volto di Pasquale Bonavota, il boss bambino che già a 16 anni fronteggiava in Calabria le faide familiari della sua stirpe con la 'ndrina dei Petrolo, si scioglie nel silenzio di un capo vero. «Sono io quello che cercate». Finisce dopo quattro anni, la latitanza della primula rossa della mafia italiana, diventata improvvisamente popolare non solo per la sua rinomata pericolosità, ma anche perché è il suo nome ad abitare in cima la lista dei ricercati di massima pericolosità stilata dal ministero dopo l'arresto di Matteo Messina Denaro. Il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri potrà cosi processarlo nella maxi-inchiesta Rinascita Scott, babele di accuse contro le 'ndrine del Vibonese che vede alla sbarra più di 400 persone. Pasquale era il capo, non uno qualunque. I carabinieri del Ros lo hanno localizzato a Genova da sei mesi. Prima, chissà, potrebbe essersi nascosto nel Torinese dove la sua 'ndrina ha messo radici dai primi anni Duemila. Viveva in una casa in affitto nel quartiere San Teodoro, la moglie dimorava in un altro alloggio e insegna in una scuola della città. In casa gli sono stati trovati 20mila euro in contanti, indispensabili a foraggiare una latitanza complicata. Aveva un documento vero intestato un calabrese esistente, un alias alla stregua di quell'Andrea Bonafede che ha assicurato una vita segreta all'ex primula rossa di Cosa Nostra. E sopra c'era appiccicata la sua foto. Tre telefonini, un pizzino («di rilevante interesse investigativo» precisa il Ros), tre carte di identità senza immagine e una serie di manoscritti con nomi e cognomi. Per prenderlo sono state decisive le intercettazioni. Da queste si era capito chi fosse questo ragazzo che ha scalato le gerarchie delle cosche: «Se uno vuole fare il malandrino devi avere pure la mentalità, perché il malandrino, non si fa con il fucile, ormai si fa con il cervello, con diplomazia». -- GIu. LEg.© RIPRODUZIONE RISERVATA