Meloni

Inviato a KievGli elmetti che penzolano dallo zainetto con il giubbotto antiproiettili non ci sono più. Otto mesi fa, il tepore della tarda primavera accoglieva la passeggiata nella notte, quasi clandestina, di tre leader europei, e delle loro delegazioni. Mario Draghi, Olaf Scholz ed Emmanuel Macron erano qui, a compiere insieme, sullo stesso treno, una tratta che avrebbe portato l'abbraccio dell'Europa a Volodymyr Zelensky, meno di quattro mesi dopo l'inizio della carneficina di Vladimir Putin. Oggi la fanghiglia sotto i piedi che soffoca il passo della marcia verso il treno, è il ricordo di una neve passeggera. Giorgia Meloni ha l'incedere veloce di chi ha fretta di cercarsi uno spazio nella storia che scorre drammaticamente rapida. Si guarda anche lei attorno, sotto i lividi lampioni che ogni volta osservano, indifferenti, i capi di governo attraversare la banchina. A giugno gli occhi che spuntavano dalle villette ai lati della strada trasmettevano l'ansia di un popolo di confine che cercava di capire se la guerra si sarebbe trascinata ancora oltre l'estate. Ora è inverno. Il freddo lo senti prima ancora nello sguardo che si è fatto di pietra, ingrigito nell'attesa di una pace che non arriva. I polacchi di confine sono nascosti nella luce di una calma apparente che filtra dalle tende, nella timidezza di chi si affaccia curioso a osservare stranieri in cammino, che trascinano zaini, trolley e telecamere. Il treno è lì, un traghetto che attende in rada di attraversare la notte e l'Ucraina, per trasportare i leader in quella che è diventata la frontiera dell'Occidente. Gelido, nel suo color argento. Due strisce gialle e blu, i colori disperati e orgogliosi che da dodici mesi illuminano i monumenti di una fetta di mondo. A Kiev Meloni vedrà i sobborghi sventrati dalle bombe di Putin prima di incontrare Zelensky al palazzo presidenziale Mariinskij. Parleranno di armi, di caccia europei, dell'arrivo imminente del sistema anti aereo italofrancese Samp/T, di tutto il sostegno possibile che il governo italiano non farà mancare nonostante le sferzate di Silvio Berlusconi e i distinguo dei leghisti di Matteo Salvini. Il viaggio a lungo rinviato cade a ridosso del primo anniversario dell'invasione ordinata da Putin, a tre giorni dal 24 febbraio, a un soffio dalla data entro la quale la premier aveva promesso di venire in Ucraina. Soprattutto coincide con la visita di Joe Biden. L'arrivo a sorpresa a Kiev del capo della Casa Bianca e poi la tappa - prevista - a Varsavia ha un po' appannato la notizia del passaggio della leader italiana nella capitale polacca. La premier è in città per una manciata di ore, prima di ripartire verso il cuore dell'Ucraina. Alle 17 ha un appuntamento al palazzo del governo con il primo ministro Mateusz Morawiecki. Il tempo di incrociarsi con Biden ci sarebbe. I diplomatici ci provano, ma sembra impossibile.Per qualche ora l'incontro non viene smentito. Finché diventa chiaro che non ci sarà. A quel punto, nell'agenda della presidente del Consiglio spunta un colloquio anche con il presidente Andreij Duda, inizialmente non previsto. È l'omaggio all'altro uomo della destra polacca. Sono gli alleati di sempre di Meloni. E le affinità elettive di sovranismo emergono subito, intatte, nelle dichiarazioni congiunte alla stampa dei due leader conservatori. Il patto italo-polacco nasce nel sogno mai svanito dell'«Europa delle patrie» come la chiama Morawiecki, contro «le visioni utopistiche, federalistiche, che centralizzano a Bruxelles» ogni decisione. Parole scolpite da sempre nella mitologia meloniana: «Vogliamo un gigante politico e non un gigante burocratico». Il progetto dei Fratelli d'Europa è al momento una scommessa che poggia su una variabile - una possibile ma al momento difficile alleanza con il Partito popolare europeo per far fuori i socialisti - e un'intesa sentimentale anti-tedesca. La Germania viene citata da Morawiecki ed evocata da Meloni. L'alleato promette alla premier italiana che le darà una mano nella battaglia sull'allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, contro Berlino e Parigi. L'appuntamento è al tavolo delle trattative del prossimo Consiglio europeo, a fine marzo. Dove i conservatori rilanceranno anche la sfida sull'immigrazione. Ricorda Morawiecki che Putin e il suo compare di banda, il dittatore bielorusso Aljaksandr Lukashenka, «hanno attaccato l'Ucraina prima creando una pressione migratoria artificiale e poi con le armi». L'asse di Visegrad si rafforza delle ragioni dell'Est, la fascia più esposta alla fame di Mosca. Un amore di ferro con Meloni che si salda su una cortina che non è solo più immaginaria. Ed è il giusto riconoscimento da fare, secondo la premier italiana, alla resistenza di Varsavia: «Oggi di fronte al conflitto ucraino - dice - la Polonia rappresenta il confine materiale e morale dell'Occidente». Alle otto di sera, Meloni si trasferisce all'aeroporto militare, in un vortice di pioggia e vento. L'ultima vorace boccata a una sigaretta mentre sale con il suo staff la scaletta inonda per qualche secondo l'aereo di odore di fumo. Il volo è breve. L'atterraggio a Rzeszow, poi il pullman e la coda delle auto della delegazione fino al confine. Fino al treno che sta per essere inghiottito dalla foresta e dal buio della notte ucraina. --© RIPRODUZIONE RISERVATA