La malattia
Ministro Matteo Piantedosi, una settimana fa lei aveva detto: «Spero di essere in carica al ministero dell'Interno quando cattureremo Messina Denaro». Una coincidenza, una profezia, o l'operazione era già in corso?«Era una speranza fondata. Era alimentata da sentimenti di ottimismo che coglievo da tempo». Non si è corso il rischio di compromettere l'operazione?«L'operazione si è sviluppata nel rispetto della riservatezza assoluta che richiedeva. Sono stato avvisato al momento dell'arresto».Perché è importante questo arresto?«Perché l'ultimo boss mafioso stragista è stato assicurato alla giustizia. Perché si è dimostrato che non c'è impunità per i criminali anche dopo molti anni. Perché adesso si apre una straordinaria opportunità per poter fare ulteriore luce su alcune pagine buie di un periodo storico del nostro Paese».Si può parlare di vittoria dello Stato?«Assolutamente sì. È la vittoria dello Stato con un valore fortissimo anche dal punto di vista simbolico. Non può esistere impunità. Rappresenta anche uno storico successo per tutti coloro che sono impegnati nella lotta alla mafia con determinazione e coraggio. Ma la guerra contro mafia non è vinta. Le infiltrazioni criminali sul territorio ci sono ancora e c'è ancora molto da fare per contrastare una mafia che ha cambiato aspetto privilegiando ora una azione silente di aggressione alla nostra economia».Ci sono voluti trent'anni, non sembra un grande successo.«Si è trattato di un lavoro investigativo lungo e paziente da parte della magistratura e delle forze di polizia per assicurare alla giustizia un boss che probabilmente ha potuto godere di un'articolata rete di protezione. E proprio per questo il successo dello Stato è ancora più importante».Possibile che in clinica nessuno sapesse chi era Andrea Bonafede?«Lo accerteranno i magistrati. Eventuali responsabili ora potranno essere individuati e perseguiti. D'altronde negli ultimi anni molti fiancheggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro sono già stati presi dagli investigatori».Quanto sono forti oggi in Sicilia le complicità tra la società civile, la buona borghesia, e Cosa Nostra?«Purtroppo sono complicità che esistono, come ha denunciato il procuratore De Lucia. Vanno spazzate via, proprio utilizzando il patrimonio di conoscenze connesso a questo arresto e anche favorendo l'affermazione di nuovi modelli culturali».E quelle con la politica?«In questi anni gli esponenti politici collusi sono ricorsi con frequenza, spesso per ottenere in cambio voti. Anche su questo fronte mi pare che il lavoro di magistrati e forze di polizia sia molto puntuale e porti a risultati continui».Il giudice Giovanni Falcone sosteneva che la mafia come tutti i fenomeni è destinata a finire. A che punto siamo?«Sono ottimista. La comunità nazionale è molto unita al fianco di magistrati e forze dell'ordine per sconfiggere la mafia. Rispetto agli anni Ottanta e Novanta siamo in una fase in cui cogliamo risultati e segnali positivi anche dal punto di vista culturale. La mafia è un cancro che si alimenta anche di una narrazione fuorviante, sul potere dei boss. Il fatto che anche l'ultimo grande boss di mafia sia finito dietro le sbarre contribuisce a sfatare questo mito. Chi sceglie la criminalità prima o poi finisce in galera».Dall'agenda rossa di Borsellino ai segreti del covo di Riina, che cosa può raccontare Messina Denaro della stagione delle stragi?«Anche se molti ne dubitano, potrebbe e dovrebbe raccontare molte cose per comprendere meglio questi ultimi quaranta anni di storia. Ho piena fiducia nei magistrati siciliani sul fatto che possano sfruttare al meglio questa occasione». Crede che si sappia tutto delle connivenze di quegli anni tra lo Stato e le cosche?«È augurabile che si faccia piena luce su quegli anni e quegli avvenimenti drammatici. Ma la ricostruzione si deve sempre basare su fatti concreti e verificati. In giro ci sono dei professionisti del retroscena che inquinano il dibattito con tesi spesso strampalate e ricostruzioni forzate, prive di riscontri».Ieri il capo della Procura di Palermo, Maurizio De Lucia, ha detto che senza le intercettazioni questo arresto non sarebbe stato possibile. Il vostro governo vuole restringerle.«Le intercettazioni per i reati di mafia rappresentano uno strumento fondamentale e nessuno le ha mai messe in discussione. Né ha espresso intenzione di limitarle. La lotta alla criminalità è al primo punto dell'agenda politica del governo Meloni». Due mesi fa il Salvatore Baiardo, ex gelatiere e factotum dei fratelli mafiosi Giuseppe e Filippo Graviano, disse al giornalista Massimo Giletti che Messina Denaro era malato e si sarebbe consegnato alle autorità in cambio di cure e di un accordo sull'ergastolo ostativo. Sorprendente, no?«A parlare sono solo i fatti! Il Governo Meloni ha dato un segnale chiarissimo contro la mafia proprio con le misure sull'ergastolo ostativo. Tutto il resto sono soltanto ricostruzioni fantasiose».Davvero non c'è stata alcuna trattativa prima dell'arresto?«L'arresto è avvenuto grazie al lavoro lungo e costante degli uomini e delle donne delle forze dell'ordine con metodi di indagine tradizionali e caparbi. Tutto il resto e fantasia senza argomenti».Il presidente del consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che l'ergastolo ostativo non si tocca. «Una scelta giusta e chiara contro la mafia».La Costituzione, però, prevede che la pena debba essere anche riabilitativa.«Lo Stato ha ingaggiato una guerra contro la mafia che non può concedere al nemico dei vantaggi. Alla luce di questo vanno effettuate anche le valutazioni di ordine costituzionale».Matteo Messina Denaro sta morendo?«Questo non lo so. La malattia lo ha esposto contribuendo alla cattura. Certamente, come ogni cittadino, libero o detenuto, avrà accesso alle cure».Ha sentito le vittime delle stragi degli anni '90, dalla vedova Schifani alla sorella di Falcone?«Ho incrociato alcuni di loro e ne ho colto la pacata soddisfazione che in ogni caso non può alleviarne il dolore».Il giudice Di Matteo ha detto: non possiamo escludere che questa mafia possa tornare quella delle stragi. Condivide?«Nel tempo le organizzazioni criminali hanno attuato diversi tipi di strategie a seconda dei territori in cui operavano e delle varie fasi storiche. È corretto mantenere sempre alta la guardia. Anche se non esiste alcun elemento che rende ragionevole questa previsione». --© RIPRODUZIONE RISERVATA