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il caso/2Monica Serra / milano«L'ho visto. Ha confermato prezzo e quantità. Mi ha chiesto bozza del contratto, ha detto che firmeremo tra tre settimane, subito dopo l'incontro tra Masa e Dmko». Per gli investigatori sono Matteo Salvini e il vice primo ministro della Federazione Russa, Dmitry Kozac. Che in effetti si vedranno a Mosca il 17 ottobre 2018, in occasione dell'Assemblea generale di Confindustria Russia, a cui parteciperanno anche l'ex portavoce del segretario leghista Gianluca Savoini e i suoi due stravaganti "soci": l'avvocato d'affari col vizietto di registrare gli interlocutori e di annotare tutto su un'agendina (poi sequestrata), Gianluca Meranda, e lo squattrinato bancario in pensione Francesco Vannucci. Proprio il giorno dopo i tre «componenti dello Staff Salvini», attorno a un tavolo dell'hotel Metropol, definivano con tre uomini russi i dettagli di un accordo per la compravendita di una grossa partita di petrolio che aveva la «finalità politica» di «assicurare importanti flussi finanziari alla Lega» in vista della campagna per le Europee del 2019. Per i pm Giovanni Polizzi e Cecilia Vassena, che ora chiedono l'archiviazione dell'inchiesta su Moscopoli per corruzione internazionale e finanziamenti illeciti al partito, «è verosimile» che il vicepremier leghista «fosse a conoscenza delle trattative». Sono gli stessi indagati a raccontare che Salvini non vuole «finire in mezzo»: «Non mi chiamate, non fate il mio nome perché sono fottuto. Però è una cosa che mi va bene, a cui tengo», raccontano che avrebbe detto. Ma, «non sono emersi elementi sul fatto che Salvini abbia partecipato o fornito un contributo causale alla trattativa». Dopo una prima «prova generale», la compravendita di una più piccola partita di petrolio, e un intenso negoziato di «quaranta riunioni» oltre a telefonate, messaggi, mail chat, l'accordo naufraga perché la controparte russa si tira indietro (si ipotizza per via di cordate contrapposte in seno al regime) e in quel momento è l'avvocato Meranda, per un motivo misterioso, a consegnare ai giornalisti dell'Espresso e di Buzzfeed la registrazione dell'incontro al Metropol che darà il via alle indagini. Gli investigatori della Gdf, che dopo tre anni e mezzo di articolate indagini bloccate anche dalla mancata risposta della Russia a due richieste di rogatoria, sono riusciti a dimostrare la vicinanza dei tre uomini russi seduti a quel tavolo all'ideologo di estrema destra Aleksandr Dugin e a Vladimir Pligin. Ma non sono riusciti ad accertare che nella controparte ci fosse un pubblico ufficiale russo: elemento indispensabile per configurare il reato di corruzione internazionale. Per di più «l'azione si è arrestata in una fase eccessivamente anticipata» per configurare un finanziamento illecito al partito. Così è stata firmata la richiesta di archiviazione. Su cui, ora, dovrà pronunciarsi un giudice. --© RIPRODUZIONE RISERVATA