La sconfitta di Bossi agita la base «Dimenticato lui e il territorio»
il personaggioNiccolò Zancan / Milano Certe volte lo stile è tutto. «Umberto Bossi non meritava un trattamento simile. Lui è il nostro capo. Di sicuro, lui è il mio capo e lo sarà per sempre. Quello che è successo è un grave errore politico e fa molto male a livello umano». Il Senatur è fuori dal Parlamento. Dopo 35 anni non è stato rieletto. Il fondatore della Lega, il leader politico che secondo Pierluigi Bersani da giovane era «un misto fra Lenin e Tex Willer», esce di scena. Ed è un addio «triste, solitario e definitivo». Ha perso a Varese, nella sua terra. Nessun ripescaggio era stato organizzato per lui. Nelle elezioni politiche più pilotate della storia, quelle dei collegi sicuri e dei collegi a perdere, il simbolo della Lega è stato mandato al macello. «Noi eravamo quelli del territorio. Noi eravamo quelli dell'autonomia. Noi eravamo quelli della Lega Nord di Umberto Bossi. Non siamo più niente di tutto questo. E adesso il risultato è sotto gli occhi: un disastro». Paolo Grimoldi è stato deputato di quel partito, ora è segretario della Lega Lombarda. Sostiene che i segnali del tracollo fossero ben visibili: «Bastava fare un giro fra la nostra gente, bastava sentire gli umori della base. Era chiaro che lo scollamento fra la Lega di Salvini e la Lega Nord era arrivato a un punto di rottura». Lo strappo? «Due anni fa. Quando sono stati commissariati tutti i segretari provinciali eletti dalla base. Fatti fuori da un giorno all'altro, certe volte con un sms e senza neppure la buona creanza di una telefonata. Fatti fuori per favorire delle nomine dall'alto. Cioè: noi delle autonomie diventati come i peggiori accentratori. Ecco qual è stato il cortocircuito: abbiamo rinnegato noi stessi. E se noi del territorio siamo stati zitti durante la campagna elettorale, nonostante la consapevolezza, è stato solo per spirito di squadra». Ma adesso la squadra non esiste più. Ora c'è solo la sconfitta. Da una parte «i governativi» che minimizzano e annunciano piani di rivalsa, dall'altra quelli della Lega originaria che soffrono il doppio, essendo già stati sconfitti precedentemente. Martedì post elettorale. Il segretario in carica Matteo Salvini si difende nella sede di via Bellerio. Riunione straordinaria fra i massimi dirigenti del partito: Matteo Salvini seduto accanto a Luca Zaia, poi Massimiliano Fedriga vicino ad Attilio Fontana, subito dietro Giancarlo Giorgetti. Spediscono fotografie e messaggi rassicuranti. Mandano a dire che è tutto sotto controllo. E mentre loro si mostrano uniti, c'è un uomo di 81 anni ormai fragile, seduto sulla sedia a rotelle, Umberto Bossi in persona, che dalla casa di Gemonio detta una dichiarazione alle agenzie: «Il popolo del Nord esprime un messaggio chiaro ed inequivocabile che non può non essere ascoltato. Quanto a me, avevo deciso di non candidarmi. Mi hanno pregato e solo per il rispetto verso la militanza ho accettato». Come quando uno cade goffamente e si rialza di scatto per rassicurare gli altri, prima ancora di sé stesso: «Non è niente! Niente». Ma ecco ancora il segretario della Lega Lombarda, Paolo Grimoldi: «Forma e sostanza. Il risultato elettorale è frutto di un errore politico. Noi dell'autonomia non abbiamo rispettato il territorio. Ora, di fronte a una sconfitta come questa, non si può tergiversare, annunciare congressi nel 2023 mentre siamo nel 2022». Davanti alla sede storica di via Bellerio sfilano le auto dei politici più famosi della Lega. Nessuno ha voglia di fermarsi. I fotografi cercano le espressioni dietro i vetri. L'unico che sfoggia un sorriso è Massimiliano Fedriga. E poi si sente una voce arrabbiata: «E allora! Siamo a casa nostra. Ci fate chiudere i cancelli?». La base è altrove. La Lega come il Pd: punita per la distanza dalla realtà. E forse anche per la mancanza di stile. «Ma io mi domando», ripete sconsolato Grimoldi. «Il nostro capo, Umberto Bossi, vi rendete conto?». Di cosa? «Hanno messo in collegi blindati tutti quelli che volevano salvare. A furia di ripescaggi hanno salvato chiunque, tranne lui. Eppure le liste andavano vagliate dai padri fondatori, e si dà il caso che io sia uno di quelli. Ma non mi hanno coinvolto, altrimenti...». Tramonto su Milano. Triste solitario y final. --© RIPRODUZIONE RISERVATA