Il premier e il Vietnam prossimo venturo

Duecentosessantacinque giorni all'alba. Cioè quanti ne mancano da oggi al fatidico 23 marzo 2023, data di scadenza naturale della tormentatissima legislatura numero diciotto. Questa. Sì, forse anche Mario Draghi, come i militari di leva di una volta, ogni tanto conta quanto tempo ancora dovrà resistere prima di riassaporare la libertà. E sa pure che, duri quel che duri, sarà un Vietnam. Perché non c'è Ucraina, non c'è pandemia, non c'è crisi economica che tenga: la politica fibrilla, è nervosa, pensa al successivo ostacolo elettorale. Generalmente si attende che il premier si assenti per un impegno internazionale per preparargli il trabocchetto. Che a volte riesce, a volte no, ma movimenta il quadro. È sempre così: le Repubbliche passano - Prima Seconda Terza -, le cattive abitudini no.Stavolta, come sappiamo da una foto che riassume magnificamente l'affanno delle grandi intese, l'agguato non è riuscito, se non a costringere Draghi prima a interrompere la visita al Prado, staccarsi dal gruppo e a sedersi, telefonino in mano, come un turista affranto dall'eccesso di quadreria; poi a farlo rientrare precipitosamente a Roma per frenare le voglie di crisi di governo, ma soprattutto per mandare ai congiurati un messaggio, come dire?, di considerazione delle loro pene.E ora, in poche righe, la situazione è questa. Conte, capo di quel che resta dei 5S, vorrebbe sfilarsi da questo governo, di cui tra l'altro non sopporta il premier. Grillo, che è il suo azionista di riferimento, ma è in buoni rapporti con Draghi, non è d'accordo con Conte e ne frena gli inattesi bollenti spiriti. Letta, che vede il suo campo largo restringersi, ha già detto che se Conte staccasse la spina anche il Pd farebbe altrettanto, e non se ne parla più. Ah, poi c'è Salvini. Contestato in casa sua e meno gradito fuori, non vede l'ora di mollare tutto, o almeno di dare quest'impressione, e ogni scusa è buona: ora la marijuana sul terrazzo e lo jus scholae. Insomma, il corto circuito, la scintilla può partire in ogni momento. Alla fine il freno a mano l'ha tirato Mattarella, che è stato chiarissimo: un'altra maggioranza, un altro governo non sono possibili, o si va avanti così, tutti insieme, comprese le riottose truppe di Conte e Salvini, o si va a casa.Il nervosismo è tale che tutto può succedere, ma è probabile che alla rottura non si arrivi, per molte ragioni, a cominciare dal traguardo del vitalizio maturato (sarà tagliato a fine settembre). Ma pesa molto che i prossimi mesi saranno quelli preparatori della manovra di bilancio che, complici covid guerra bonus e ristori, sarà necessariamente dura e pesante. Se dovesse cadere questo governo, chi se ne assumerebbe la responsabilità (pre-elettorale...), quale ministro, quale maggioranza? E allora, pensano i congiurati, meglio lasciare Draghi dove sta, affidare a lui il penoso incarico, ma intanto non dargli tregua, su ogni argomento, in ogni occasione. Per 265 giorni. Un Vietnam, appunto. Mentre purtroppo c'è la guerra vera. A due ore e mezzo di volo da Roma. --© RIPRODUZIONE RISERVATA