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Antonio Bravetti / ROMACon un piede fuori. E l'altro dentro, a tirar calci. Inizia oggi un luglio rovente e bellicoso per la Lega di Matteo Salvini. A un passo dal rompere con Mario Draghi, a cui prova a lasciare qualche livido negli stinchi, mentre intanto alza la voce col Pd. Il giugno torrido e afoso rischia di lasciare il posto a un'estate soffocante. «La vedo grigia - dice il leghista Riccardo Molinari- si va verso l'irreparabile». Laddove l'insanabile è una crisi di governo sotto il solleone, innescata dalla discussione parlamentare sullo ius scholae e la cannabis. «Mentre gli italiani hanno problemi di stipendi troppo bassi e bollette troppo alte, la sinistra blocca il Parlamento con leggi per legalizzare le droghe e regalare cittadinanze agli immigrati. Una follia, un insulto non solo alla Lega ma soprattutto ai milioni di cittadini in difficoltà», tuona Matteo Salvini. La Camera potrebbe votare il progetto di legge sullo ius scholae tra una decina di giorni. Potrebbe essere il momento della verità: se il centrosinistra voterà il provvedimento, un minuto dopo la Lega dichiarerà finita l'esperienza di maggioranza. Salvini, prima di quel giorno, vorrebbe un intervento di Draghi per persuadere il centrosinistra ad abbandonare i due progetti di legge. «Questo governo di unità nazionale è nato per affrontare alcune emergenze- ragionano i leghisti- a cui si sono aggiunte la guerra e il caro energia. Draghi non può dire che sono semplici questioni parlamentari, perché finora nella maggioranza c'è stato l'impegno a non portare avanti temi divisivi e indigeribili per gli altri partiti». Quando la risposta di Draghi arriva, Salvini sta varcando l'ingresso di Villa Taverna a Roma, per partecipare alle celebrazioni per il 246esimo anniversario dell'indipendenza degli Stati Uniti d'America. «Il governo non prende posizione su proposte parlamentari- premette l'inquilino di palazzo Chigi - ma sono certo che queste posizioni parlamentari non portano alcun rischio per il governo». Le parole del premier non piacciono al segretario leghista. Ciononostante i cannoni, al momento, restano puntati sul Pd. Nel pomeriggio i parlamentari hanno dato fuoco alla ceneri. Igor Iezzi, capogruppo in commissione Affari costituzionali e relatore di minoranza della legge sullo ius scholae, annuncia di aver «depositato 1500 emendamenti. Faremo di tutto per evitare che l'attuale legge sulla cittadinanza italiana venga stravolta da questo scempio». Sono «provvedimenti dannosi», dice il deputato Nino Minardo. «Faremo le barricate come sul catasto», giura il collega Alberto Giusmeroli. «Se la sinistra continua su questa strada significa che vuole minare la tenuta del governo - avverte il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo- per la Lega le priorità sono altre: abbassamento delle tasse, adeguamento degli stipendi, pensioni e caro energia. Pd e M5S decidano se vogliono lavorare per il Paese insieme alla Lega o se preferiscono una crisi di governo». È col Pd che s'innesca lo scontro più duro. Enrico Letta dice che il partito non «arretrerà di un millimetro». La Lega risponde: «Spiace che il Pd, che una volta rappresentava i lavoratori, adesso abbia come priorità droga e immigrati. Le minacce di Letta? Non spaventano nessuno, Enrico stia sereno». A Salvini non piace la «rotta» presa dal governo, che secondo i leghisti «si sta spostando a sinistra». Il pessimo risultato delle amministrative obbliga la Lega a riflettere. Dentro e fuori i confini del partito. Salvini non gode più dell'appoggio di tutti, c'è chi vorrebbe cancellarne il nome dal simbolo: il segretario è atteso a due riunioni convocate lunedì a Milano per fare il punto sulle regionali dell'anno prossimo e sulla situazione politica. All'esterno fa paura il terreno conquistato da Fdi, che attacca il governo, mettendo in difficoltà Lega e Fi che lo sostengono. Una posizione per molti «non più sostenibile». Meloni da una parte e centrosinistra dall'altra, Salvini non vuol finire tra incudine e martello. --© RIPRODUZIONE RISERVATA