Il destino dei difensori nelle mani del Cremlino
La battaglia più lunga e sanguinosa della guerra si è conclusa con un'immagine: una barella da campo sudicia dove, sfinito, un soldato guarda fisso davanti a sé, nel vuoto. È circondato dai compagni, anch'essi con il medesimo sguardo, fisso e vuoto.La battaglia di Mariupol è finita, la città è perduta. Dopo ottantadue giorni di assedio, propaganda, bombe e "diplomazia", 264 militari ucraini sono usciti dalle catacombe dell'Azovstal, cinquantuno di loro sono gravemente feriti. «Un'evacuazione», dice Kiev. «Una resa», dice Mosca. Ma se le armi nella più grande acciaieria d'Europa finalmente tacciono, il silenzio che avvolge il destino di questi soldati simbolo - ancora una volta simbolo degli opposti - è ancora tutto da scrivere. Quelli che possono camminare sono nelle sale degli interrogatori per «accertare i crimini commessi contro i civili», gli altri guardati a vista negli ospedali delle repubbliche separatiste a Novoazovsk. All'appello mancano ancora circa trecento soldati, inclusi i comandanti: potrebbero essere evacuati nelle prossime ore. Ma la battaglia, per tutti loro, non è ancora finita. Oggi si apre un nuovo capitolo, quello che deciderà cosa ne sarà dei difensori di Mariupol finiti nelle mani del nemico, prigionieri di guerra scomodi sia da vivi che da morti. Mentre l'Ucraina ha deciso di ritirarsi dai negoziati di pace con la Russia, da ieri ufficialmente «sospesi», c'è un altro negoziato in corso, quello che deciderà il destino dei soldati dell'acciaieria. Volodymyr Zelensky continua a trattare nella «speranza di salvarli», anche con uno scambio di prigionieri, ma da Mosca non arrivano segnali positivi. «I soldati del battaglione Azov non meritano di vivere dopo i mostruosi crimini contro l'umanità che hanno commesso» ha detto il deputato russo, Leonid Slutsky, mentre il deputato della Duma, Sultan Khamzaev si è limitato a chiedere l'ergastolo: «Credo che dopo aver fornito loro le cure mediche necessarie, tutti i nazionalisti dovrebbero essere condannati alla pena più grave per i crimini che hanno commesso. Sulle chat russe circolano video della resa: piccoli gruppi di soldati ucraini vengono perquisiti prima di essere caricati sugli autobus. Un telegiornale russo si collega con l'inviato sul campo, il conduttore in studio gli chiede: «Se vedi passare il comandate di Azov non ti viene voglia di sparargli?». La viceministra della Difesa ucraina Hanna Maliar ha spiegato che è stato raggiunto un accordo con i russi per uno scambio di prigionieri, ma Mosca non lo ha confermato, anzi: «I criminali nazisti non dovrebbero essere scambiati, ma processati», ha tuonato il presidente della Camera bassa Vyacheslav Volodin, e oggi l'aula valuterà una risoluzione che vada proprio in questa direzione, mentre la procura generale ha chiesto alla Corte suprema di riconoscere gli Azov come «organizzazione terroristica». La richiesta verrà esaminata il 26 maggio. Dal Cremlino Dmitry Peskov si è limitato a spiegare che i combattenti di Azovstal saranno trattati «in linea con le leggi internazionali». Ma in Ucraina nessuno ci crede molo. Il destino del battaglione Azov e degli altri soldati che per quasi tre mesi hanno combattuto accovacciati e nascosti nei tunnel dell'acciaieria sotto l'accanimento dei bombardamenti russi è incerto. Fino a ieri rispondevano agli ordini di chi li chiamava eroi, da oggi sono nelle mani di chi li definisce «criminali nazisti». Di sicuro c'è che l'immagine di quel soldato con lo sguardo fisso nel vuoto sancisce la svolta, se non altro simbolica, di questa guerra, segnando la prima sconfitta significativa degli ucraini dall'inizio dell'invasione. La città portuale, seppur ridotta in macerie, garantirebbe ai russi di completare il corridoio di terra che collega il Donbass alla Crimea. Privando l'Ucraina di gran parte dell'accesso al mare e di uno dei simboli più potenti del conflitto.Il martirio di Mariupol era iniziato con il raid russo del 9 marzo a un ospedale per la maternità, poi era proseguito con un altro attacco aereo sul teatro diventato il rifugio antiaereo più grande della città. La scritta «bambini» sul piazzale, centinaia di morti sotto le macerie. Alla fine, un piccolo gruppo di combattenti nazionalisti ha resistito per mesi nell'acciaieria Azovstal, sopportando raid, artiglieria, miliziani ceceni e carri armati russi. La città in rovina di Mariupol, la cui cattura è presto diventata un obiettivo chiave della Russia, è ora irrevocabilmente incisa nella storia ucraina, indipendentemente dall'esito della guerra. --© RIPRODUZIONE RISERVATA