Dietro il Mattarella-bis Una scelta giusta ma ora pagano i partiti
E adesso? Ha prevalso la scelta migliore (il bis di Mattarella) per salvaguardare il valore primario di questa fase, la stabilità. Ma gestita nel modo peggiore da molti dei leader di partito, che cominceranno presto a pagare pegno. Anzi, da subito, visto che il risultato eccellente raggiunto per l'Italia (e il sistema-Paese), a causa delle mosse improvvide e degli errori di prospettiva di vari dei loro capi, si sta già traducendo in un sisma per il sistema dei partiti. Da tempo, la previsione era che il «famolo strano» del governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi avrebbe determinato una riconfigurazione dell'offerta partitica, e adesso forse - soprattutto se cambierà la legge elettorale, come da sabato scorso invocano sempre più fortemente alcune forze politiche - siamo giunti al debutto del big bang. La riforma elettorale non è un obiettivo che si consegue in quattro e quattr'otto, ma sentire le dichiarazioni delle scorse ora da parte del finora sempre convinto maggioritarista Enrico Letta a favore del superamento del Rosatellum conferma che il processo si è messo in moto. E - soprattutto sotto la forma della parola d'ordine del semipresidenzialismo quale "correttivo" a quanto si è visto - le riforme istituzionali e di sistema entreranno nella campagna elettorale che, a conti fatti, è iniziata anch'essa.Contestualmente a quella che si può considerare la fine del destracentro a trazione sovranista - e va detto che si tratta dell'esito della disastrosa conduzione salviniana delle operazioni, oltre che dell'effetto trascinamento dell'errore capitale del balletto intorno all'autocandidatura di Silvio Berlusconi. Letta può, invece, essere annoverato tra i vincitori - o, quanto meno, tra coloro che non hanno perso - di questa elezione presidenziale, e tuttavia del vaticinato «campo largo» non c'è neppure l'ombra, mentre il M5S si conferma, una volta un alleato assai inaffidabile (e una sorta di Movimento 5 Schegge). Ribolle tantissimo, infatti, il Magma 5 Stelle, dove è in corso una disputa per rivendicare perfino la primogenitura della richiesta di un "chiarimento" (leggasi: resa dei conti) tra Giuseppe Conte e Di Maio. Ovvero, i due contendenti principali, ma poi ve ne sono diversi altri secondari, oltre al gruppo di senatori che si sono autonomizzati dal vertice del partito-movimento e hanno espresso la loro preferenza per il presidente rieletto sin dalle prime chiame, dando il via a una ribellione dei parlamentari peones pentastellati, e conseguendo una sorta di vittoria morale finale.L'altra domanda da porsi su quanto ci attende è: si è rafforzato il governo? Così dovrebbe (ed è sulla carta), ma non se ne può essere sicuri al cento per cento.Di certo Draghi, anche senza traslocare al Quirinale, è stato al centro della scena politica, da ultimo con la mediazione esercitata nei confronti di Mattarella. Ma, proprio nell'anno elettorale, il rilancio dell'esecutivo dipende dalla convinzione con cui i leader - soprattutto quelli "dimezzati" dei partiti già populisti - sottoscriveranno un «patto di legislatura» proficuo. Senza rimpasti (come ha dimostrato il colloquio tra il premier e il quasi dimissionario Giancarlo Giorgetti), e con un'auspicabile accelerazione dei dossier.Sostanzialmente sconfitta di nuovo l'antipolitica, occorre un ritorno in grande stile dell'agenda Draghi dopo le battute d'arresto determinate alla campagna quirinalizia. E del "primo Draghi", il quale ha ora l'occasione di ripristinare, anche nei rapporti di forza dentro l'esecutivo, il senso della mission per cui il rieletto Mattarella lo chiamò dopo la caduta del Conte 2. --