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Roberto Lodigiani«Come non era e dove non era». Già nel titolo c'è tutto il senso del nuovo libro di Pier Vittorio Chierico, cultore infaticabile e scrupoloso della pavesità, che ricostruisce i 700 anni di storia del Ponte Coperto (duemila se consideriamo il manufatto di epoca romana su cui venne edificato quello trecentesco), con i bombardamenti alleati del 1944-45 a fare da cesura tra il prima, il ponte medievale rimasto in piedi fino alla guerra pur con frequenti, inevitabili rimaneggiamenti, e il dopo, la demolizione dei ruderi e il rifacimento da zero, scelta comunque dolorosa e al centro, fino al 1948, di roventi polemiche. Il "giallo" del sottotitolo si riferisce anche al fatto che il nuovo ponte, inaugurato nel 1951 dall'allora presidente Luigi Einaudi, venne realizzato ad alcune decine di metri dal precedente, segnando anche sotto questo aspetto una differenza sostanziale. «Come non era e dove non era, è una frase presa a prestito da un articolo dell'architetto Alfredo Barbacci, pubblicato sulla rivista "Architetti" nel dicembre 1951 - scrive l'autore nell'introduzione - In quell'occasione Barbacci, membro del Consiglio superiore Antichità e Belle Arti, non fu tenero nei confronti di coloro che vollero il nuovo ponte definendolo una "caricatura del vecchio" e un "marchiano errore di estetica". L'eminente studioso si riferiva, parafrasandolo, al motto "Dov'era e com'era", invocato ancora oggi come linea guida della ricostruzione ogni volta che una sciagura distrugge un importante monumento. L'espressione nacque dopo il crollo del campanile di San Marco il 14 luglio 1902, per sottolineare la volontà di ricostruirlo nella stessa posizione e nelle stesse forme di prima. Per il nostro Ponte Vecchio il risultato non fu così felice». Il libro, edito da Pime, con prefazione di Alberto Arecchi, è sostanzialmente diviso in tre parti (per 254 pagine) e comprende un centinaio di schede illustrate, oltre a un ricco corredo fotografico, frutto delle ricerche - come sempre appassionate e accurate - dell'autore. Sul dibattito dell'immediato dopoguerra, e la scelta finale di demolire, restano lati d'ombra. «Mi sono permesso di accennare ai "poteri forti" della giovane repubblica - spiega Chierico - Il Genio civile fu drastico nello stabilire che era necessario demolire, per Barbaccio e altri invece si trattò di uno scandalo. La sensazione è che gli amministratori dell'epoca vennero tirati per la giacca».I francesi all'assalto e in ritirata In 700 e passa anni, comunque, di acqua sotto il caro vecchio ponte ne è passata tanta e le curiosità abbondano. Durante l'assedio del 1524-1525, i francesi di Francesco I, passano dalle cantine dell'oste del Borgo, sbucano fuori e vanno all'assalto, solo la barricata tirata su dagli imperiali riuscirà a fermarli e a salvare Pavia; nel 1799, sempre i francesi per coprirsi la ritirata di fronte agli austrorussi fanno saltare un'arcata e i frammenti arrivano fino al Duomo; verrà ricostruita nel 1801 e il capomastro Venanzio Re riceverà in cambio il monastero di via Bossolaro poi trasformato in cinema (Italia e Corallo).--© RIPRODUZIONE RISERVATA