Il consenso di SuperMario mette alle corde l'egemonia dei partiti
Un luglio travagliato per i partiti italiani. E non soltanto per il Movimento 5 Stelle - o, per meglio dire, il «Magma 5 Stelle» - lacerato dal duello tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte.Lo scenario della vita pubblica nazionale ha assistito nel corso delle ultimissime giornate a un ulteriore ridimensionamento della forza dei partiti di fronte all'iniziativa del presidente del Consiglio. «SuperMario» ha infatti conseguito il risultato della mediazione sulla riforma della giustizia (il lodo Cartabia) che aveva visto surriscaldarsi gli animi dei ministri (in particolare di quelli pentastellati). Tanto da avere indotto il premier ad attivare - sostengono i rumors - un canale di dialogo con Beppe Grillo, il quale ha finora manifestato supporto all'esecutivo di cui il M5S è parte integrante assai più di Giuseppe Conte e della sua corrente (alla quale sono da ascrivere i ministri Stefano Patuanelli e Federico D'Incà).Il secondo colpo messo a segno da Draghi sull'onda di una tempistica e di scadenze stringenti riguarda l'indicazione, attraverso Daniele Franco, dei candidati presidente (Marinella Soldi) e amministratore delegato (Carlo Fuortes) dell'azienda radiotelevisiva pubblica, la Rai. Designazioni accolte con un certo fastidio dalla Lega e anche da Forza Italia (specialmente quella di Fuortes accusato di essere direttamente "di sinistra"), per ragioni che appaiono, però, soprattutto di tipo tattico e derivanti dal tentativo di aumentare i posti a disposizione nelle trattative successive (per la prima) e provare ad assicurarsi un consigliere di amministrazione (ancorché molto difficile) per la seconda.E, dunque, i partiti soffrono tutti quanti, pur all'insegna di reazioni di tipo differente, e quelle più destabilizzanti provengono, certificate dai toni di Alfonso Bonafede e dello stesso Conte, dal Movimento 5 Stelle, e specialmente giustappunto dall'area contiana che vuole rilanciare la propria narrazione giustizialista. Questi segnali di insofferenza provenienti dai partiti che non si sono ancora attrezzati adeguatamente per reinventarsi all'interno di quella che è a tutti gli effetti una transizione - non ci sono, infatti, esclusivamente quelle digitale ed ecologica, ma ne è in corso anche una politica - si tradurranno in tutta una serie di fibrillazioni che inevitabilmente (perfino al di là della volontà di alcuni dei diretti interessati) si scaricheranno sull'esecutivo attuale. Che è un governo di larghe intese, e il buon senso suggerirebbe quindi di evitare il muro contro muro anche nelle questioni che i partiti giudicano caratterizzanti dal punto di vista identitario e del consenso elettorale.Il punto certo è che l'autorevolezza del prof. Draghi costituisce il nostro lasciapassare in questa fase in cui un nuovo vincolo esterno (ma sempre made in Bruxelles) si sta imponendo. E, va ricordato, esso non ha alternative, a meno di voler mandare il Paese - messo in ginocchio dalla pandemia ma anche da una lunga lista di problemi cronici pregressi e di mancate riforme strutturali - davvero alla deriva. Una questione che riguarda non soltanto i partiti populsovranisti (con la Lega che ha fiutato il mutamento di direzione del vento in maniera assai più tempestiva del M5S), ma tutto l'arco parlamentare, e il centrosinistra - in transito verso una formula di sinistracentro - esattamente allo stesso modo del destracentro (diviso tra governo e opposizione).