Il ddl Zan supera il primo scoglio in Senato

Francesco Olivo / roma«Gli Europei li abbiamo già vinti», dice Maria Elisabetta Casellati, ma di quell'atmosfera di unità vissuto nel trionfo di Wembley qui dentro non c'è ombra. La presidente del Senato denuncia il «clima da stadio», ci sono fischi, anzi «fischietti che dietro alle mascherine non riusciamo a vedere». Ieri è andato in scena il dibattito sul ddl Zan, che dagli schermi degli smartphone arriva tra gli scranni di Palazzo Madama. Clima infuocato, mascherine arcobaleno, mascherine tricolori, grida, accuse, ma poi un niente di fatto, tutto rimandato a data da decidere: «In due settimane», secondo Renzi. «Meno di un mese», per Monica Cirinnà. «Andremo a settembre», secondo i leghisti. A fine giornata ognuno resta sulle proprie posizioni: con la Lega che giura di voler trovare una mediazione per far passare il ddl, Italia Viva disposta a modifiche, Pd e M5S fermi nel voler approvare il testo «così com'è». La seduta finisce con le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Lega e FdI e respinte, ma con un margine di voti, dodici, che non fa star tranquillo il Pd. La giornata si era aperta con un sit-in di Fratelli d'Italia contro il ddl davanti a Palazzo Madama in nome della «libertà d'espressione», ma il partito di Giorgia Meloni, contrario al ddl, osserva con un certo distacco la partita che si gioca tra le forze della maggioranza. La tensione è esplosa all'inizio della seduta, a causa della richiesta del presidente della commissione Giustizia, il leghista Andrea Ostellari di sospendere l'aula per convocare una conferenza dei Capigruppo «per valutare se ci sia la disponibilità a continuare quel dialogo intrapreso». Il tentativo ha come scopo il ritorno in Commissione del testo, secondo il centrosinistra un tentativo di allungare i tempi o peggio di boicottare il ddl contro le discriminazione. Tutto precipita quando Casellati accoglie la richiesta. La seduta, formalmente già sospesa, ha una coda molto accesa. Pd, Cinque Stelle e Leu mettono nel mirino la presidente del Senato. Mirabelli, senatore dem, chiama queste operazioni «giochini, tattiche e furbizie su un provvedimento che riguarda le vite delle persone: adesso basta presidente, si discuta in aula». Il clima si scalda quando interviene Alessandra Maiorino del M5S: «Io non riesco a parlare perché ci sono fischi e ululati dalla destra, agli atti c'è una commissione Giustizia che ha calpestato ogni prerogativa». Il picco deve ancora arrivare: il protagonista, un ex presidente del Senato, Piero Grasso che con una foga mai vista accusa Casellati per aver avallato il blitz leghista: «Abbiamo dovuto forzare per arrivare a questo punto e ora dobbiamo tornare indietro? Lei non lo deve consentire!» dice urlando. La presidente accusa il colpo ma non si scompone: «Non c'è bisogno di gridare», dice provata. Al momento delle pregiudiziali, gli attesi interventi di Matteo Renzi e Matteo Salvini, sui quali aleggiano i soliti sospetti di intelligenza tra nemici. Il leader di Italia Viva insiste: «O si va a scrutinio segreto ed è un rischio per tutti o ci si assume la responsabilità di trovare un accordo che sarebbe ad un passo», per Renzi il testo si approverebbe «in due settimane». Tocca a Salvini, che sceglie un tono conciliante: «Chiedo di superare steccati ideologici e in un mese approviamo una norma di civiltà».Si chiude il sipario, oggi si votano le sospensive. Gli emendamenti si possono presentare fino a martedì. I tempi non saranno brevi. «Bisognava approvare questa legge con il Conte Bis, partendo dal Senato, era chiaro che sarebbe finita così» dice Franco Grillini, storico leader dell'Arcigay, ed ex deputato, «invece siamo qui ad ascoltare questi che chiedono la mediazione della mediazione. Meglio una fine spaventosa, che uno spavento senza fine». --© RIPRODUZIONE RISERVATA