Gli esperti: un test degli anticorpi può far rinviare la seconda dose

IL casoFrancesco Rigatelli / Milano«La vaccinazione eterologa funziona, io stesso martedì sono prenotato per farla. Ho più di 70 anni, la prima dose di AstraZeneca ha dato una risposta bassa di anticorpi e mi si consiglia di fare l'eterologa, che funziona per me e funziona ancor di più per chi ha meno di 60 e 70 anni». Il premier Mario Draghi voleva rassicurare gli italiani e invece ha creato dubbi sulle fasce d'età che possono scegliere il vaccino per la seconda dose, sull'efficacia di AstraZeneca e sull'utilità del test anticorpale.Su questi ultimi era stato il solito microbiologo Andrea Crisanti ad aprire la polemica: «Piuttosto che uscire dai protocolli autorizzati e iniettarmi una seconda dose diversa farei un test per vedere se sono ancora coperto». A ruota lo aveva seguito l'infettivologo Massimo Galli: «Sono per l'anticorpale e nel caso desse un risultato positivo rimanderei la seconda dose all'autunno, quando ci saranno più informazioni, come suggerisce uno studio di Merryn Voysey su Lancet». La vaccinazione eterologa per Galli è «possibile, ma se si hanno gli anticorpi va detto che c'è anche l'opzione di rimandare. Se uno ha gli anticorpi li ha e se incontra il virus si rinforza come con una seconda dose. Quello che conta nella vaccinazione è la capacità reattiva dell'organismo».Sul fatto che il vaccino sia una stimolazione e non un farmaco conviene l'immunologo Guido Forni, ma con conclusioni diverse: «Se si usano due tecnologie anziché la stessa si aumenta l'allenamento dell'organismo e dunque la protezione. Il test anticorpale è più una curiosità personale, perché è difficile valorizzare gli anticorpi neutralizzanti e non quelli generici e avere un test ben validato e standardizzato. Meglio fare una seconda dose e anche per i guariti almeno una dose. Teniamo poi presente che la terza dose sarà diversa per tutti, un nuovo vaccino probabilmente a mRna o a proteina come il promettente Novavax».Un parere diverso da quello di Galli, che farebbe un test anticorpale tanto per cominciare ai 4 milioni di guariti «da considerare al pari dei vaccinati: basterebbe testargli gli anticorpi e in caso positivo non dargli nessuna dose. Poi penso sia utile a un mese dalla vaccinazione anche per le categorie fragili e per i sovraesposti, come i sanitari».Un paletto lo mette il virologo Carlo Perno: «Si fa presto a dire anticorpali, ma è una materia complessa. Al momento gli unici test affidabili sono quelli col prelievo di sangue. Non ci sono studi comparativi, ma i tre principali usati in Italia sono Abbott, Roche e Diasorin». Ognuno usa una scala diversa per determinare la positività degli anticorpi IgG neutralizzanti anti Spike (anti-S), e il valore dinamico che si considera soddisfacente è 1000 bau (l'unità di misura degli anticorpi) per millilitro di sangue. Il test però non è sempre risolutivo. Se nei giovani ci si aspetta un valore che superi 1000, negli over 60 spesso resta sotto. «È importante chiarire - spiega Perno - che questo tipo di anticorpi non sono tutto. Ci sono i linfociti T, le cellule della memoria, che si producono spesso già dalla prima dose e garantiscono una buona difesa. Il test anticorpale lo consiglierei soprattutto a tre settimane dalla seconda dose e non ai giovani quanto ad anziani e fragili che hanno bisogno di verificare la loro protezione». --© RIPRODUZIONE RISERVATA