Il Movimento archivia il capo e apre al direttorio
il retroscenaIlario Lombardo / romaOggi lo chiamano comitato direttivo, ieri quando ci si abbelliva con il vocabolario della Rivoluzione francese, si chiamava direttorio. L'80 % degli attivisti grillini ha preferito una governance di cinque membri al leader unico. I votanti sono stati davvero pochi, appena 11 mila, ma tanti bastano al M5S nel giorno della, sofferta, fiducia a Draghi per riscrivere ancora la propria storia. Condannata all'eterna e faticosa ricerca di un equilibrio dentro di sé, la creatura di Beppe Grillo archivia il capo politico - lo sono stati solo Luigi Di Maio e in forma commissariale Vito Crimi - e torna a una leadership allargata. Una scelta che avrà ricadute di peso sul governo dell'ex banchiere centrale e sul destino ancora avvolto nella nebbia del suo predecessore Giuseppe Conte. L'ex premier, per il momento, non sarà il capo indiscusso del M5S (depennato dallo Statuto) e difficilmente entrerà nella squadra al vertice. Già da qualche giorno tra i volti più noti del Movimento non si fa che parlare di chi dovrebbe comporre l'organo collegiale, e quali dovrebbero essere i rapporti di forza, tra dissidenti e governisti, necessari per evitare una destabilizzazione del governissimo di Draghi. Ancora non si conoscono le regole della selezione né la data, due decisioni che competono al reggente Crimi. Ma da qualche indiscrezione appare plausibile prevedere il voto entro una quindicina di giorni nella formula delle candidature singole. In altri termini, farebbero parte della governance i cinque più votati sul blog dai militanti. Messa così non deve suonare strano che alla fine la questione venga posta in termini di "influencer". Il termine preso in prestito dai social è il più in uso in queste ore tra i grillini. Chi ha più forza mediatica ha più chance di essere eletto. E nessuno lo sarebbe più di Di Battista, poco amato dagli eletti, ma vero e proprio idolo delle folle pentastellate. Peccato però che si sia tagliato fuori da solo in polemica contro il sostegno a Draghi e, salvo ripensamenti nei prossimi giorni, non parteciperà alla gara. La novità aiuta la componente che ha assunto come principio guida la partecipazione al governo. Se almeno tre membri del direttorio, è il ragionamento, saranno governisti, la navigazione di Draghi potrebbe essere più tranquilla. Le candidature si conosceranno a breve, ma si fanno i nomi del ministro degli Esteri Di Maio, della sindaca di Roma Virginia Raggi, dell'europarlamentare Dino Giarrusso, tra i grillini non ostili a Draghi, al top per follower sui social. Ma anche della senatrice Paola Taverna, in bilico tra il sostegno al banchiere e la critica sdegnosa, dell'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e del ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli. Sull'altro fronte ci potrebbero essere Toninelli, Lezzi e Morra, due, questi ultimi, che fino all'ultimo hanno minacciato di votare no a Draghi, salvo poi ammorbidirsi di fronte alla prospettiva di essere espulsi dal M5S e finire nell'assoluta irrilevanza. Ufficialmente la linea è quella suggerita dal deputato Giuseppe Brescia e ribadita ieri sera dal capogruppo Ettore Licheri: fiducia sì, ma non incondizionata. Alle 23 di ieri, prima delle dichiarazioni ufficiali sul voto di fiducia, si contavano solo cinque-sei irriducibili tra i senatori grillini. Confermando il no, sarebbero fuori dal M5S. Altri hanno preferito giocare sull'assenza, sfruttando i precedenti a loro favore per non infilarsi nel labirinto dell'interpretazione più autentica del regolamento che, alla lettera, considererebbe anche l'astensione un voto contrario al mandato degli iscritti. Mentre Draghi parla di vaccini e poderose riforme che dovranno rivoluzionare l'Italia, il M5S si avvita in altre risse interne. La piattaforma Rousseau, cioè Davide Casaleggio che la controlla, dichiara concluso il mandato di Crimi. Lezzi cavalca la precisazione e sconfessa il reggente: non può prendere decisioni, non può cacciare nessuno. Crimi si difende e pubblica un messaggio di Grillo che lo blinda. È di nuovo un tutti contro tutti. Una lacerazione che si riverbera a ogni livello. A Roma, una fronda di 5S in Campidoglio si scaglia contro la candidatura «ad personam» di Raggi. «Va difesa l'alleanza progressista con Pd e Leu» sostengono. Lo fanno nel giorno in cui tra i dem circola la notizia che l'ex ministro del Tesoro Gualtieri avrebbe sciolto la riserva e sarebbe pronto a candidarsi a sindaco della Capitale. Raggi, temendo una trappola dopo la nascita dell'intergruppo in Senato e lo strappo dei dissidenti romani, chiede che il M5S la incoroni su Rousseau: «Basta ambiguità e giochi di palazzo. È il momento che la base si esprima sulla mia candidatura a Roma». -- © RIPRODUZIONE RISERVATA