Mattarella vuole numeri certi «Non c'è più tempo da perdere»
il casoUgo Magri / romaUna crisi al buio nel bel mezzo della pandemia, per giunta col rischio di gettare al vento i miliardi dell'Europa: è il disastro politico che Sergio Mattarella aveva tentato in ogni modo di scongiurare, ma inutilmente. Le sue previsioni più cupe si stanno tutte avverando, una per una. Cosicché adesso sarà lui a doversi rimboccare le maniche senza troppe speranze di evitare il baratro delle urne. Dal momento esatto in cui Giuseppe Conte avrà pronunciato la parola «dimissioni», la crisi di governo avrà un solo inappellabile arbitro, il presidente della Repubblica. Che non perderà tempo, assicurano al Quirinale. Mattarella avvierà le consultazioni con il minimo preavviso, quanto basta per consentire alle forze politiche di indossare l'abito buono e presentarsi puntuali nello studio alla Vetrata. Cercherà di concentrare i colloqui nell'arco di un giorno, al massimo due (cautele anti-Covid permettendo). Dopodiché tirerà le somme. Ma alla domanda se il presidente è orientato a incaricare Conte per la terza volta in due anni e mezzo, in modo da consentirgli di ritornare subito in sella, sul Colle prevale il riserbo: là nessuno è in grado di formulare previsioni, tantomeno può dare garanzie. Chi immagina un gioco delle parti tra il presidente e l'Avvocato del popolo, è completamente fuori strada. Dipenderà innanzitutto da come Conte si pone, con quale stato d'animo e voglia, se punterà a mettere pazientemente in piedi nuovi equilibri o viceversa cederà alla tentazione di capitalizzare nelle urne la sua vasta popolarità. Il colloquio di oggi con Mattarella si preannuncia tutt'altro che scontato. Poi sarà il turno dei partiti. Il presidente vorrà sapere fino a dove sono disposti a impegnarsi, con che programmi e con quali compagni di strada. Chiederà di indicargli chi vogliono come premier, e quello sarà forse il passaggio più delicato, che Conte giustamente teme perché in questo momento grillini e Dem non ammettono subordinate, si dichiarano pronti a immolarsi per lui; ma gli scenari cambiano in fretta, quasi quanto i numeri dei potenziali "responsabili" disposti a dare una mano. Anche qui, da Mattarella il premier non deve attendersi sconti. Per riavere l'incarico alla fine delle consultazioni, Conte dovrà disporre di una potenziale maggioranza. Una volta date le dimissioni, che testimoniano l'impossibilità di andare avanti senza sbattere contro un muro, servirà per forza qualche fatto politicamente nuovo che giustifichi la decisione di ripartire da lui. Esempio: se ci sono degli altri «responsabili» disposti a sostenerlo, dovranno venire subito allo scoperto, entro le prossime 48 ore, perché probabilmente poi sarebbe troppo tardi. E comunque i transfughi andranno calcolati uno per uno; serviranno sostegni parlamentari visibili e non soltanto ipotetici, legati ai "forse", ai "si dice". In altre parole, Conte (come chiunque altro potenziale premier) otterrà la nomina, presterà giuramento e sceglierà i ministri del suo terzo governo soltanto se la somma dei gruppi disposti a sostenerlo sarà, sulla carta, tale da consentirgli ragionevolmente di ottenere la fiducia davanti alle Camere. Mattarella vorrà essere ben sicuro di non operare forzature nei confronti del Parlamento. Guai se nominasse un premier che subito dopo venisse bocciato dalle due Camere: ne andrebbe di mezzo il suo stesso prestigio, chiaro che la Repubblica non se lo potrebbe permettere. Per cui è lecito immaginare che il capo dello Stato scelga la prudenza e si regoli allo stesso modo del suo predecessore Giorgio Napolitano. Il quale, nel marzo 2013, si era rifiutato di insistere su Pier Luigi Bersani, allora segretario Pd, che dopo cinque giorni di tentativi non era riuscito a mettere insieme «numeri certi», ma sperava ugualmente di potersi presentare in Parlamento a rastrellare i voti mancanti. Niente da fare, gli disse Napolitano. La stessa cosa ripeterebbe Mattarella a Conte, se la sua «campagna acquisti» risultasse infruttuosa. --© RIPRODUZIONE RISERVATA