È al museo Beccari la pistola del colpo di grazia a Mussolini

Roberto LodigianiCustodita gelosamente in una cassaforte del museo storico Beccari di Voghera, la pistola Beretta 34 calibro 9 donata dall'orologiaio ed ex partigiano varzese Piero Boveri si lega a uno dei gialli più discussi e appassionanti della storia italiana del Novecento: l'uccisione di Benito Mussolini e di Claretta Petacci, il 28 aprile 1945. Quell'arma sarebbe servita per dare il colpo di grazia al dittatore fascista e alla sua amante, giustiziati (secondo la versione ufficiale) contro il muro di cinta di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra, sopra Dongo e il lago di Como.La sentenza capitaleLa sentenza di morte nei confronti del duce era stata emessa dal Cln Alta Italia, il quale voleva chiudere i conti con lui prima che finisse prigioniero degli angloamericani (l'Oss, il servizio segreto statunitense, aveva scatenato alla sua ricerca diversi agenti che si erano infiltrati dalla Svizzera: il colonnello D'Addario catturerà il maresciallo Rodolfo Graziani, capo dell'esercito di Salò, salvandolo in extremis dalla probabile rappresaglia partigiana). Ma chi eseguì materialmente quell'ordine? L'alessandrino Walter Audisio, alias colonnello Valerio, che nel dopoguerra si assunse tutte le responsabilità di quell'atto? Oppure un vero e proprio plotone di esecuzione formato da più uomini? Una chiave di lettura diversa arriva seguendo le tracce della Beretta (tuttora funzionante). Il ruolo di "Riccardo"A regalarla a Boveri negli anni Settanta sarebbe stato "Riccardo", ispettore delle formazioni garibaldine dell'Oltrepo, ovvero il toscano Alfredo Mordini, un comunista duro e puro (discendente peraltro di una famiglia nobile che aveva dato ministri al regno d'Italia) che si era fatto le ossa combattendo nella guerra di Spagna e con i "maquis" francesi. E' Riccardo a comandare il plotone di esecuzione degli ultimi gerarchi fascisti catturati durante il tentativo di fuga, sul lungolago di Dongo: lo formano i 12 partigiani del'Oltrepo della scorta a Valerio, e alcuni partigiani comaschi (muoiono, tra gli altri, Pavolini, Barracu, Bombacci e il fratello della Petacci). Ma Mordini, che era un pezzo grosso della Resistenza, di cui i vertici milanesi si fidavano ciecamente, sarebbe salito anche a Giulino di Mezzegra, per la resa dei conti con Mussolini, insieme ad altri: Aldo Lampredi, dirigente del Pci lombardo molto vicino al leader comunista Luigi Longo (l'uomo dall'impermeabile bianco nel film di Carlo Lizzani, "Mussolini ultimo atto"), il comasco Michele Moretti (Pietro), commissario della brigata guidata dal conte Pier Bellini delle Stelle (l'attore Lino Capolicchio nella trasposizione cinematografica) che aveva arrestato il duce, e Giovanni Orfeo Landini, commissario dei garibaldini dell'Oltrepo. Che cosa accadde esattamente? Chi sparò? Impossibile dirlo con certezza, la verità non si conoscerà mai, ma a una prima raffica di mitra che avrebbe colpito accidentalmente anche la Petacci, sarebbe seguito il classico colpo di grazia: sparato con la Beretta dallo stesso Mordini, in base a una confidenza fatta da uno dei partigiani oltrepadani della "Crespi" al seguito di Valerio. La pistola è comunque finita nelle mani di Riccardo e da questi a Boveri. L'orologiaio varzese a sua volta l'ha consegnata come un prezioso cimelio all'amico Giuseppe Beccari, classe 1921, ufficiale di cavalleria nella Seconda guerra mondiale, fondatore e "papà" del museo storico vogherese. E lì, sotto chiave, si trova da decenni. Con i suoi segreti.--© RIPRODUZIONE RISERVATA