Trump-Biden, deludente confronto televisivo

Martedì notte è andata in scena, in diretta da Cleveland, Ohio, la consacrazione del nuovo linguaggio politico Usa. Nella presentazione televisiva delle proprie candidature, i due aspiranti alla presidenza hanno dato di sé una prova sconfortante. Hanno ignorato le regole che si erano dati. Si sono reciprocamente interrotti e denigrati sino all'insulto. Hanno dato vita insomma a un talk show all'italiana - ma di quelli meno garbati.Ho guardato le immagini, prima in diretta e poi registrate. Nonostante si affermi - probabilmente a ragione - che questi faccia a faccia non spostano voti, dicono comunque molto della personalità dei due contendenti. E, in altri casi, hanno detto qualcosa anche del loro programma presidenziale. In questa occasione, il programma non si è neppure intravisto; ma quanto alla personalità dei candidati, lo show è stato una macchina della verità.Trump, certamente più energico, è impaziente e torvo, come se fosse risentito che i sondaggi lo diano almeno 6 punti indietro. Biden è più presidenziale, ma esangue e, tutto sommato, scialbo; sembra tenuto insieme con gli spilli, molto più intento a non disunirsi che a 'sfidare'. Soprattutto però, nonostante guardi ripetutamente in camera rivolgendosi alla gente a casa, non sa dirle niente di importante: non una promessa concreta, non un progetto ispirato, non un pezzo di sogno: solo "andate a votare e ci libereremo di lui /Trump/". La retorica concreta e radiosa di Barack Obama è sideralmente lontana.Gli errori clamorosi, comunque, li fa Donald. Il più grosso gli è già ricaduto sui piedi nei social e persino nelle testate a lui più favorevoli. Quando gli viene chiesto di essere esplicito nella condanna del suprematismo bianco, Trump si lancia invece in un attacco alla sinistra e chiede ai suoi sostenitori più militanti (i Proud Boys) di non distrarsi ("stand by!"). Deve essere vero quello che, da ultimo, racconta il "New York Times", che sia uno scadente uomo d'affari. Perché un'occasione così per dire due parole rassicuranti all'elettorato moderato un vero imprenditore non se la sarebbe fatta scapare. E un altro errore - o è la rivelazione di un progetto autoritario? - Donald lo fa quando non sa impegnarsi a riconoscere i risultati elettorali, se lo dessero sconfitto. Ascoltandolo, viene da pensare a un Lukashenko qualsiasi.Nonostante i limiti della democrazia statunitense, non si può dire che in superficie non risultasse levigata: spettacolare forse, magari pop e sentimentale, ma ben orchestrata, perfino nelle circostanze più aspre, drammatiche o violente. Anni fa il regista Robert Altman nel suo "Nashville" ne distillò l'essenza nei fotogrammi finali di un pellicola indimenticabile (www.youtube.com/watch?v=CjnRX__xyMs). Ora, quell'essenza sembra svanita. Il discorso politico è divenuto sempre più rissoso. Gli studiosi amano definirlo "polarizzato", ma è la stessa cosa. A sinistra l'ipercorrettismo politico sceglie le forme più abrasive: dalla decapitazione della statua di Cristoforo Colombo alla rimozione di "Via col vento" dai cataloghi delle piattaforme video. A destra, magari evocando proprio l'insofferenza verso il "politically correct", cadono i freni inibitori che tenevano a bada razzismo, sessismo e classismo.La novità è che ora questo registro, dopo lungo ribollire, tracima, ha raggiunto la vetta e vi annega ogni pensiero ispirato. Del quale la democrazia liberale avrebbe, al contrario, dannato bisogno - messa com'è all'angolo, in ogni parte del mondo. Ha ragione il "Guardian" quando scrive che il sicuro vincitore di martedì notte è stato Xi Jinping, il leader della massima non democrazia mondiale.