Fioramonti si dimette, crisi nei 5 Stelle Conte teme la frantumazione grillina
Francesca PaciROMA. Che abbia rinunciato all'incarico per coerenza, non avendo ottenuto i 3 miliardi di euro richiesti per la scuola, o che si sia sfilato per mettersi alla guida di un gruppo di dissidenti del M5S, il ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti ha anticipato i troppo a lungo rinviati mal di pancia che il governo, fresco di legge di bilancio approvata, sperava di affrontare dopo le feste. Le dimissioni del 42enne professore dell'università di Pretoria che originariamente i grillini avrebbero voluto a via XX Settembre anche in virtù delle teorie decresciste illustrate nel saggio «Presi per il Pil», aprono una stagione di turbolenza destinata a mettere alla prova i giallo-rossi ancor prima delle elezioni in Calabria e in Emilia Romagna.«Una cosa è certa: la scenata natalizia di Fioramonti con la scuola non c'entra nulla, è solo un regolamento di conti tra grillini» twitta rapido Luciano Nobili di Italia Viva mentre il collega Faraone sottolinea come sarebbe bastato depontenziare il reddito di cittadinanza e quota 100 per far respirare studenti e professori.Poche ore dopo la lettera dell'ormai ex ministro, che passerà alla storia per la tassa sulle merendine e il mappamondo al posto del crocifisso, al premier Conte i social network sono già pieni di retroscena sulle reali ragioni del passo indietro, in verità assai raro a Montecitorio. Ma gli strali non arrivano solo dai renziani o dai banchi del centro-destra, dove molti, a partire da Salvini, continuano a sperare nel voto anticipato. Tra i più duri brillano proprio i pentastellati, dalle cui fila saetta l'accusa al neo iscritto al gruppo misto di non versare da un anno i contributi dovuti alla "casamadre", vale a dire 70mila euro.L'esecutivo vacilla, colgono al volo le opposizioni che a partire dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, si spingono ad auspicare, dopo quelle di Fioramonti, le dimissioni dello stesso Conte. Il punto non è tanto la colpevolmente trascurata scuola - che dopo una progressiva riduzione dei fondi deve accontentarsi oggi del 7,8 per cento della spesa pubblica contro il 15,7 per cento della Svezia, l'11 per cento della Germania e il pur ridimensionato 9 per cento di Francia e Spagna- quanto piuttosto la tenuta della maggioranza, già strattonata dalle congenite tensioni tra M5S e PD. L'istruzione langue, concorda l'economista Carlo Cottarelli biasimando la carenza di finanziamenti che ci rende fanalino di coda in Europa. Il momento però, a ridosso del redde rationem dell'esecutivo atteso per gennaio, appare sbagliato a molti, anche considerando che fino a un paio di giorni fa l'ex ministro lodava i piccoli passi compiuti in meno di quattro mesi di governo, come l'aumento della dotazione finanziaria al centro di ricerca del Gran Sasso da 8 a 12 milioni di euro o i 5 premi di laurea istituiti alla memoria di Giulio Regeni. Nelle prossime settimane la coalizione giallo-rossa dovrà affrontare infatti questioni molto spinose, a partire dalla prescrizione (la cui riforma sarà in vigore dal primo gennaio) per arrivare alla legge elettorale e alla presentazione del referendum sul taglio dei parlamentari. Senza contare il caso Gregoretti e il pronunciamento sull'autorizzazione a procedere contro l'ex ministro dell'interno Salvini e, ovviamente, il voto regionale. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per ora non si pronuncia, consapevole delle nubi scure che si addensano su Palazzo Chigi, dopo il passaggio di tre deputati grillini alla Lega e alle nuove voci di scissione a sinistra del Movimento in frammentazione (a sinistra guarderebbe proprio Fioramonti, lodato ieri per il suo coraggio da Stefano Fassina di Leu).Si fanno sentire invece le voci degli interessati, in primis i sindacati della scuola, preoccupati per l'incertezza del cambio di passo piombata su un settore già debole (alla successione si è candidato il senatore del M5S Nicola Morra). --© RIPRODUZIONE RISERVATA