Schiavi in sartoria di due cinesi «Pagati cinque euro al giorno»
Lodovico Polettotorino. I nuovi schiavi non devi frustarli per farli lavorare. Hanno fame, freddo e famiglie da mantenere. Abbassano la testa, lavorano per una manciata di centesimi l'ora e lo fanno per 12, 15 anche 17 ore al giorno perché a casa hanno figli che hanno fame. Abbassano la testa. Cuciono. Si lasciano videosorvegliare dagli schiavisti. Dicono sempre di sì. C'erano una volta i caporali - italianissimi - che sfruttavano i raccoglitori di pomodori. Orari folli, paghe da fame, tuguri in cui dormire. Poi sono arrivati gli umiliati delle case di cartone, che raccoglievano la frutta e vivevano in condizioni che gridavano vendetta. Quello che è stato scoperto qualche giorno fa dalla Guardia di Finanza di Torino è un passo in più verso il baratro della schiavitù. Immigrati di origine cinesi costretti a lavorare per 30 centesimi l'ora in laboratori di sartoria. Obbligati a cucire giacche, pantaloni e camicie senza alzare la testa. Senza una casa decorosa. Ne sono stati trovati a decine - negli anni - di posti così. Ma mai come quelli scoperti nel Torinese. Cinesi gli schiavisti: fratello e sorella, spietati. E ora in manette. Cinesi - e italiani - i lavoratori sfruttati. Tutto questo accadeva in uno spicchio della provincia di Torino passato alla storia per la cura e l'amore dei datori di lavoro verso gli operai. Il Canavese, patria della Olivetti. La terra dove è nato Adriano, il padre di Comunità. L'uomo che mise in pratica il "welfare" aziendale prima che qualcuno iniziasse a pensarlo. Figurarsi dargli un nome. I luoghi dove c'erano i laboratori degli schiavisti sono emblematici. Agliè, il paese dove Olivetti aveva alcuni degli impianti più importanti. Dove veniva fabbricata la mitica "Lettera 22". Macchine per scrivere ora al Moma. E prima ancora nelle case di più della metà degli italiani. Erano a Montalenghe, comune di campagna a un passo da Ivrea, ex capitale dell'informatica e prima ancora della meccanica made in Olivetti. Cuceglio, un posto grosso un pugno, dove negli anni d'oro delle macchine per scrivere e degli M24 un quarto della popolazione si guadagnava il pane nelle fabbriche del mondo olivettiano. Anche entrare nelle case degli schiavi cinesi è un altro passo verso il baratro. Zero riscaldamento. Materassi ammucchiati. I libri di scuola dei bambini accanto ai vestiti in cumuli a terra. I medicinali nei comodini di fortuna. Odore di cibo lasciato nei piatti consumati a notte fonda, dopo essere tornati a casa a piedi, attraverso i campi per non farsi vedere. Che storia pazzesca quella scoperta dalla Guardia di Finanza di Torino. Una storia che apre squarci su universi neanche sospetti. O appena intuiti ogni volta che qualcuno in divisa ha bussato agli usci dei laboratori di sartoria gestiti da immigrati arrivati dallo Zejang. La regione da cui provengono tutti, o quasi, i cinesi che vivono in Piemonte. Ma qui, stavolta, c'è un elemento in più. Ci sono anche gli italiani, che si sono fatti schiavi per non morire di fame. --Ha collaborato Francesca Lai © RIPRODUZIONE RISERVATA