L'OPINIONE
(segue dalla prima pagina) dà la sensazione che si sia frantumato. Ciò significa che non vi saranno più soccorsi azzurri e "cavalleria amica" pronti ad accorrere in alcuni dei prossimi passaggi delicati (che non mancheranno)? Chissà: di nuovo, meglio non dare alcunché per assodato, perché i capovolgimenti, nell'eterna transizione incompiuta del sistema politico italiano, risultano giustappunto all'ordine del giorno. Difatti, i boatos su una pattuglia parlamentare vicina a Denis Verdini disponibile a contravvenire agli ultimi (e oscillanti) ordini di scuderia sono fortissimi . Il progetto renziano di rifondazione del Pd nella direzione di un partito pigliatutto continua però a procedere spedito: ha assorbito i parlamentari transfughi da Scelta civica, ha tutta l'aria di beneficiare dei processi disgregativi che scuotono Fi e aumenta il suo potere di attrazione nei confronti dei moderati in generale e del Nuovo centrodestra in particolare. Che si trova appunto collocato tra Scilla e Cariddi, ma vede allontanarsi le rive di destra dopo il recentissimo incontro di Arcore tra Berlusconi e Matteo Salvini che ha messo il veto a coalizioni con la formazione di Angelino Alfano. Il vertice tra i protagonisti di quello che, in un altro periodo, era stato etichettato come il "forzaleghismo", produce verosimilmente una rassicurante sensazione di déja vu nel "Cavaliere", ma siamo ben lontani dalla tipologia della special relationship che aveva affratellato Forza Italia e Lega Nord ai tempi di Umberto Bossi (e, non a caso, sono espliciti i dubbi in materia di Fedele Confalonieri, vero capo dell'anima "partito-azienda"). Numerose, anche di natura generazionale e caratteriale (e si sa quanto questa componente pesi in una stagione nella quale i processi di personalizzazione e leaderizzazione hanno preso il sopravvento sulla dimensione partitista del nostro sistema politico), sono le differenze tra un giovane capo in ascesa (a cui l'attributo leghista comincia ad andare stretto) e colui che è stato, per decenni, il dominus incontrastato della postmodernizzazione della politica nazionale e, suo malgrado, ha imboccato da qualche tempo la parabola calante. Sebbene il berlusconismo socioculturale rappresenti un'eredità durevole della discesa in campo del Cavaliere (nonché l'humus del romanzo di formazione dello stesso Salvini, già concorrente di telequiz Mediaset), la leadership politica berlusconiana, al contrario, si rivela inesorabilmente in declino. Non per nulla l'"altro Matteo", descamisado e movimentista, scalpita e pone condizioni "pesanti" (la trattativa per le regionali infatti non è per niente conclusa), sentendo il vento in poppa e avendo in testa un disegno diverso da quello del vecchio Carroccio: più ambizioso, nazionale anziché localista (come testimonia la campagna di espansione del movimento "Noi con Salvini" nel Mezzogiorno), e orientato verso il paradigma delle destre radicali europee (la "lepenizzazione"). Vale a dire, un progetto che non possiede più alcun carattere ancillare nei confronti di Forza Italia (come all'epoca del leghismo bossiano), e punta direttamente a inaugurare a destra (senza più il centro) la stagione del post-berlusconismo, rivendicandone l'egemonia per la sua neo-Lega "nazionalista" ed euroscetticissima. E se i sondaggi sembrano premiare Forza Italia in versione antirenziana, Berlusconi non dovrebbe esimersi dal soppesare anche il potenziale rischio di "cannibalizzazione" derivante da un'alleanza a trazione salviniana. Perché, come ha più volte sottolineato uno dei massimi conoscitori dei sistemi elettorali, lo scienziato politico della Luiss Roberto D'Alimonte, la cessazione del patto del Nazareno genera una situazione di rischio tanto per Renzi che per Berlusconi, ma innanzitutto per il secondo, che ha bisogno del primo per poter continuare a godere di un ruolo politico e per contare su un governo non ostile. In primis, nei riguardi del suo impero aziendale… @MPanarari