Renzi al Pd: niente veti. E Prodi si sfila
di Maria Berlinguer wROMA Direzione del Pd convocata in modo permamente fino alla elezione del nuovo capo dello Stato ma il nome del candidato alla successione di Giorgio Napolitano Matteo Renzi lo farà solo nelle «24 ore precedenti al voto». Dopo aver consultato tutti gli altri partiti, a partire dagli alleati ma senza «accettare veti da parte di nessuno», avverte. Il segretario premier non scopre le sue carte e in direzione cerca di blandire la minoranza democratica, sul piede di guerra sulla riforma elettorale e costituzionale, solleticando l'orgoglio di partito. Il Pd, dice Renzi citando forse inconsapevolmente lo slogan che portò i socialisti di Mitterand a vincere in Francia, «è una forza tranquilla» chiamata ad assumersi la responsabilità dell'ultima scelta sul Quirinale. «Siamo noi i colpevoli se va male», dice Renzi preoccupato del bis del 2013 quando 101 parlamentari dem bocciarono nel voto segreto per il Colle prima Franco Marini e poi il fondatore dell'Ulivo. E proprio Romano Prodi, il cui nome viene da giorni evocato dalla minoranza del partito e da Sel, mentre è ancora in corso la direzione del Pd si chiama fuori. «Non voglio più essere tirato in mezzo a tensioni, credo sia importante che in una società ci siano persone che anche al di fuori di aspetti istituzionali servano il proprio Paese e io credo di fare questo in modo soddisfacente per me e anche utile per l'Italia», dice il professore. In una giornata in cui il patto del Nazareno sembra scricchiolare con Berlusconi che manda avanti Renato Brunetta per alzare la posta in gioco, Renzi non sfida affatto la sinistra del suo partito. E risponde con battute il bersaniano Davide Zoggia gli chiede di finirla con il gioco di contare quanti potrebbero essere i franchi tiratori. «Accetto il clima di apertura delle minoranze e anche il suggerimento di Zoggia di escludere il Capranica per l'assemblea dei grandi elettori Pd», dice Renzi», ironizzando sulla drammatica riunione in cui Prodi fu votato all'unanimità e per alzata di mano Presidente e impallinato dai 101 il giorno dopo. È però sotto gli occhi della segretaria il gran giro di incontri che in queste ore vede impegnate le varie «anime» per sponsorizzare un candidato gradito. Per questo Renzi non scopre le sue carte. Non fa nessun identikit e non boccia nessuno dei papabili alla successione di Napolitano. Nelle prossime ore saranno i capogruppo Speranza e Zanda, affiancati da vice segretari e presidente del partito a sondare gli umori del corpaccione Pd. Per arrivare a ridosso del voto, il 29 gennaio la prima chiama, con un nome spendibile già dalla quarta votazione quando il quorum scenderà a 505 elettori. Fino ad allora però bocche cucite al Nazareno. Anche perché, e Renzi lo sa bene, è sulle riforme che la minoranza e Fi cercheranno di mettersi di traverso. Il premier però tiene duro. L'Italicum «non è migliorabile e non è uno sciroppo da inghiottire» nè sulle riforme istituzionali che vuole chiudere la prossima settimana. Sul Quirinale per ora il segretario incassa l'unanimità. Ma in serata è D'Attorre a gelare il clima. «Sulle riforme non sono arrivate risposte, si rischia una drammatica spaccatura, non mi pare il modo migliore di preparare l'elezione del presidente della Repubblica», avverte. ©RIPRODUZIONE RISERVATA