NOI FERMI E L'AMERICA È IN FUGA
di BRUNO MANFELLOTTO Ha spinto Matteo Renzi ad accelerare la sua presa di potere, licenziare Enrico Letta, prenderne il posto e sfruttare l'opportunità di una grande vetrina internazionale; ha condizionato il calendario della successione a Giorgio Napolitano, alla cui fine il Presidente ha vincolato le dimissioni; è stato vissuto come il momento decisivo dello scontro tra i paesi più a rischio, come l'Italia, e i condottieri del Vecchio Continente, come la Germania. Ma adesso che il semestre di presidenza italiana del consiglio europeo si avvia alla conclusione - il 31 dicembre, in coincidenza con il discorso di commiato del Capo dello Stato - che bilancio se ne può trarre? Insomma, com'è andata? Sarebbe facile, e sbagliato, tirare una riga e dire: un successo; oppure, un fallimento. Ma di sicuro non tutti gli obiettivi che Renzi s'era prefisso sono stati raggiunti. E non solo perché, tra elezioni, insediamento del nuovo parlamento ed estenuanti trattative per la nuova commissione, se n'è andato un sacco di tempo. Certo, i due risultati più significativi - l'uno fortemente voluto dal premier, l'altro avvenuto in coincidenza con la presidenza italiana - sono stati la nomina di Federica Mogherini a coordinatrice della politica estera europea, un ruolo di scarsa incidenza, ma di grande prestigio; e la svolta che Jean-Claude Juncker ha impresso alla politica economica dopo il mantra del rigore a tutti i costi praticato da Josè Manuel Barroso. Abbastanza bene è andata per le trattative sull'Ambiente, e bene ha fatto il governo italiano a respingere le pressioni delle grandi lobby industriali che avrebbero voluto smontare alcuni accordi importanti; il fondamentale pacchetto clima ed energia, invece, è stato affrontato prima e dunque è sfuggito al semestre italiano. Per il resto, Renzi si è dedicato con tutte le sue forze a far digerire ai partner europei lo stato critico dei conti pubblici italiani: non è riuscito a ottenere che le spese per investimenti siano escluse dal calcolo del rapporto deficit-pil, ma ha strappato il rinvio a marzo dell'esame finale della legge di stabilità appena licenziata dal Parlamento (Angela Merkel voleva imporci una manovra aggiuntiva subito). Se ne riparlerà, vedremo. Ma gli obiettivi politici più importanti non sono stati centrati: quel numerino scritto accanto alla voce deficit-pil - un obbligo che Romano Prodi definì «stupido» - è rimasto inchiodato al tre per cento; i vincoli fissati dal Trattato di Maastricht non sono stati nemmeno messi in discussione; l'agenda delle priorità sociali ed economiche, che non ci soddisfaceva affatto, è rimasta quella che era; Mario Draghi ancora combatte perché la Bce stampi moneta; non è stato possibile ammorbidire la rigida politica del rigore imposta da Merkel; e sopratutto è ancora lontana un impegno comune sulle cose da fare. E questo non è bene di fronte al clima che si respira. Ossessionati dal vangelo del rigore, preoccupati da una disoccupazione inarrestabile, angosciati da una crisi che sembra infinita, mai come oggi i cittadini hanno amato così poco la loro Europa. E lo dimostrano lasciandosi suggestionare da sirene populiste e demagogiche che - a Roma, a Parigi, a Londra - dipingono Bruxelles come la capitale dalla quale poteri occulti manovrano borse e spread. Anche nei paesi di tradizione democratica e bipolare, la protesta si indirizza non più verso i partiti di opposizione ma a favore di quelli dichiaratamente antisistema. A dare loro spazio sono proprio divisioni e inconcludenze del governo europeo, e l'impossibilità dei singoli paesi di condizionare i diktat di Bruxelles. È in questo difficile contesto che si è mosso, come ha potuto, il semestre di presidenza italiana. Proprio mentre l'America di Obama, invece, ha ripreso a correre a tassi di crescita per noi impensabili. Dimostrando ancora una volta una freschezza, una flessibilità, una voglia di ricominciare che purtroppo la Vecchia Europa fatica a ritrovare. Ce la farà? E la politica riuscirà a far sentire la sua forza contro rigidità, burocrazia, ritardi? Anche per questo il 2015 sarà un anno decisivo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA