L'OPINIONE

(segue dalla prima pagina) Quello che appare certo, a giudicare dall'incessante innalzarsi dei toni barricadieri, è che la convivenza all'interno della stessa formazione politica tra le "anime" e le aree in contrasto si rivela ogni giorno che passa sempre più problematica, in primis perché le divergenze su alcune issues politiche di peso e su questioni politiche di sostanza appaiono significative. Tra le principali si possono citare i vari aspetti irrisolti della revisione del Senato, la riforma elettorale, la governance interna del Pd e, sempre più dirompente se si dovessero avverare le previsioni relative alle dimissioni di Giorgio Napolitano nelle settimane a venire, il nodo dell'elezione del prossimo presidente della Repubblica. Al tempo stesso, c'è anche qualcosa di più antropologico e pre-politico che, nel corso del suo intervento, il "duro" Stefano Fassina ha sintetizzato in maniera idealtipica, chiedendo a Renzi di smetterla con la «delegittimazione morale e politica» delle opposizioni (il "gufare", si potrebbe dire ricorrendo al gergo giovanilistico cui indulge con una certa frequenza il premier). Al che si è scatenata anche una forma di tifo tra supporter (e pretoriani) contrapposti, che conferma come la logica inesorabile della "democrazia del pubblico" abbia almeno in parte sostituito quella della partigianeria politica perfino nella maggiore formazione del centrosinistra. In modo analogo (e di segno opposto), sul versante delle correnti di sinistra alligna – e si rivela probabilmente ancora più accentuata di prima – la convinzione che il renzismo rappresenti una sorta di opa ostile, confermandosi un "corpo estraneo" alla storia politica (un tempo…) maggioritaria confluita nel Partito democratico. Sintomatiche, al riguardo, anche le pesanti stoccate che si sono scambiati pochi giorni or sono Massimo D'Alema e Graziano Delrio. E, tuttavia, le minoranze sono tali, giustappunto, al plurale; e al di là di una qualche entente cordiale (e, talvolta, neppure precisamente tale) non appaiono al momento – per scelta deliberata – in grado neppure di marciare divise per colpire unite (la frammentazione costituisce una delle tare genetiche della sinistra). Dunque la scissione, verosimilmente, non ci sarà (o, comunque, di certo non in tempi ravvicinati). A evocarla esplicitamente o, meglio, come un mantra-spauracchio infatti è il solo Pippo Civati, che l'ha rispolverata per l'ennesima volta. Il leader della Sinistra dem Gianni Cuperlo, invece, l'ha esclusa nuovamente, per non parlare dei bersaniani (a loro volta divisi): tutti oppositori, dal grado peraltro piuttosto differente di "intransigenza", nei quali prevale chiaramente l'attaccamento alla "ditta" che considerano (anche psicanaliticamente) come una "Cosa" di matrice post-comunista, e quindi per certi versi "usurpata" da chi non ha condiviso quella tradizione come, appunto, i renziani detti della prima ora e gli altri appartenenti all'inner circle del segretario-premier. Così, nonostante tutto, anche all'assemblea nazionale non si è arrivati ad alcun redde rationem. Nel suo discorso, il leader pd non ha risparmiato repliche e attacchi ai suoi avversari intestini ma, alla fine, i toni sono apparsi maggiormente soft del prevedibile. In fin dei conti, difatti, il fronte interno risulta saldamente presidiato, e all'orizzonte non si intravedono neppure lontanamente maggioranze alternative in grado di rovesciare i rapporti di forza in seno al partito. I problemi cominciano, al contrario, ad addensarsi al di fuori del recinto dem: dal dilagare della sofferenza sociale (che spiega anche il successo dello sciopero generale di venerdì 12 dicembre) al percorso di guerra che attende i provvedimenti governativi nelle aule parlamentari. Ecco perché Renzi nel suo intervento ha preferito assumere una postura un po' più "di sinistra" del consueto: il segretario-presidente del Consiglio continua a prediligere l'appello disintermediato e diretto ai cittadini-elettori e agli iscritti dem, ma, visti i tempi che corrono, sarà obbligato a fare il funambolo e, quindi, a disinnescare quanto più possibile il conflitto con i suoi senatori e deputati per evitare brutte sorprese nelle votazioni.